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Il paesaggio residuale: natura o abbandono?

Prima e Dopo la Cura — Episodio V

Oltre il Fango: Verità Territoriali

Il Parco Nazionale del Matese tutela uno dei paesaggi montani più integri dell’Appennino meridionale. Ma quell’integrità non è il frutto di una scelta — è il residuo involontario di 160 anni di abbandono.

Matese.bike · Miniserie “Prima e Dopo la Cura” · Episodio V · 2026

Dove eravamo rimasti. I quattro episodi precedenti hanno documentato il sistema preunitario, il suo smantellamento, la risposta armata del territorio e i numeri dello spopolamento. Questo episodio chiude la parte storica e apre quella prospettica: cosa è rimasto, perché si è conservato, e su quale fondamento poggia la tutela del Parco Nazionale del Matese istituito il 22 aprile 2025.

La domanda che il Parco non si pone

Il decreto ministeriale del 22 aprile 2025 che istituisce il Parco Nazionale del Matese descrive un territorio ricco di cascate e foreste, praterie di alta quota e zone agricole ad alta biodiversità, corridoio biologico fondamentale tra i parchi abruzzesi e quelli dell’Appennino meridionale.¹ È una descrizione accurata. Il Matese è tutto questo.

Ma c’è una domanda che il decreto non pone, e che questa serie ha costruito pezzo per pezzo: perché quel paesaggio si è conservato così? Perché su 880 chilometri quadrati di montagna appenninica, in un paese che ha cementificato coste, colline e pianure, il Matese è rimasto relativamente integro?

La risposta non è “perché qualcuno lo ha protetto”. È “perché nessuno ci è rimasto a modificarlo”. Il paesaggio che il Parco tutela è, in larga misura, il paesaggio dell’abbandono.

“Il bosco che oggi vediamo salendo verso il Matese non è natura primigenia. È natura di ritorno — cresciuta su campi abbandonati, su pascoli dismessi, su terrazzamenti che nessuno ha più manutenuto dopo che l’ultimo contadino è partito per l’America o per Torino.”

Il bosco che avanza: un processo documentato

In Italia, la superficie forestale è passata dal 20 per cento circa del territorio negli anni Trenta del Novecento all’attuale 36,7 per cento. La causa principale di questa espansione è l’abbandono delle attività agricole e zootecniche nelle aree montane, con conseguente riduzione dell’utilizzo dei pascoli e ricolonizzazione spontanea da parte della vegetazione arborea.² Questo processo — detto colonizzazione forestale o rimboschimento naturale — non è uniforme né privo di conseguenze.

Sul Matese il meccanismo è visibile a occhio nudo da qualsiasi sentiero o pista che attraversi i versanti a media quota. Le fasce di terreno tra i 600 e i 1.200 metri — quelle dove un tempo stavano i campi coltivati, i castagneti da frutto, i pascoli degli usi civici — mostrano oggi una copertura boschiva densa e relativamente omogenea. Non è quello che uno storico del paesaggio chiamerebbe bosco primario: è bosco di neoformazione, cresciuto in tempi relativamente recenti su suoli che portano ancora la memoria delle attività umane che li hanno preceduti.

Cosa dice la scienza forestale sul bosco dell’abbandono

Lo storico del paesaggio Mauro Agnoletti descrive questo processo come una “degradazione del paesaggio causata dai cambiamenti socio-economici e dalla perdita della memoria storica”. Il bosco che avanza, scrive, viene percepito come elemento naturale ma è in realtà il prodotto dell’opera dell’uomo — o meglio, della sua assenza.³

Il rimboschimento spontaneo su ex-pascoli non produce automaticamente ecosistemi di alto valore. Le praterie seminaturali di montagna — i pascoli formati da specie spontanee — sono habitat di eccezionale valore per la biodiversità, ospitano specie che non possono crescere sotto copertura arborea, e la loro scomparsa riduce la diversità complessiva del paesaggio anche quando il bosco che le sostituisce è visivamente rigoglioso.⁴

In sintesi: più bosco non significa necessariamente più biodiversità. Significa meno paesaggio aperto, meno habitat di prateria, meno specie legate agli ambienti aperti. Il Parco che tutela il bosco deve anche porsi il problema di cosa fare con i pascoli che il bosco sta lentamente colonizzando.

Campitello di Sepino: l’eccezione che conferma la regola

C’è un luogo nel Matese che i ricercatori citano come esempio di ciò che il territorio potrebbe ancora essere — e che dimostra, per contrasto, quanto sia andata perduta la norma che un tempo governava questi versanti.

Campitello di Sepino
Lorenzo Sallustio, esperto di scienze forestali dell’Università del Molise, lo descrive così: «È un ambiente caratterizzato da una antica e profonda coesistenza tra l’uomo e la natura, legata soprattutto al pascolo e alla selvicoltura. Sul pianoro e nelle immediate vicinanze è possibile ancora oggi vedere la presenza di piccole realtà che fanno uso in scala ridotta di transumanza e del pascolo estensivo con successiva trasformazione in loco dei prodotti caseari. Può sembrare un fenomeno di poco conto — ma è importante sottolineare che la gran parte delle aree interne dell’Appennino vive ormai in stato di abbandono e paesaggi come quelli di Campitello di Sepino sono sempre più rari».⁵

Quello che Sallustio descrive come raro era, prima del 1861, la norma su tutto il Matese. Il pascolo estensivo, la transumanza, la trasformazione in loco dei prodotti — erano il sistema economico che aveva costruito e mantenuto quel paesaggio per secoli. Campitello di Sepino è sopravvissuto come frammento. Il resto è diventato bosco.

Cosa il motociclista vede che il turista non vede

Chi percorre il Matese in sella, fuori dalle strade principali, su piste e mulattiere, ha un vantaggio rispetto al turista che arriva in auto e percorre il sentiero segnalato: vede il territorio nella sua continuità, nei suoi passaggi, nelle sue contraddizioni.

📍 Le tracce del paesaggio perduto — leggere il territorio in sella

I muri a secco Le fasce di muri a secco che emergono dal bosco sui versanti campani e molisani non sono decoro — sono infrastruttura. Erano terrazzamenti che trattenevano il suolo su versanti acclivi, permettendo la coltivazione in quota. Nessuno li ha abbattuti: li ha semplicemente abbandonati. Il bosco li ha sommersi. Chi li vede mentre guida sta vedendo i confini di un campo che non c’è più.

Le mulattiere Molte delle piste che il moto adventure percorre oggi non sono sentieri — sono strade. Strade carreggiabili che collegavano frazioni, mulini, sorgenti, pascoli d’altura. Sono diventate piste perché il traffico rurale che le manteneva è cessato. Dove passava un carro, oggi passa una moto. La larghezza della pista, le curve, i guadi — tutto racconta un’infrastruttura pensata per un uso che non esiste più.

I ruderi I resti di edifici isolati nella macchia — non nei paesi, ma nei versanti — erano masserie, stazzi, abitazioni stagionali legate all’economia pastorale. Non crollarono per calamità naturale: furono abbandonati quando l’economia che li giustificava sparì. Il bosco li ha circondati. La pietra, più lenta del legno, resiste ancora.

Le radure Le aperture nel bosco che sembrano casuali non lo sono quasi mai. Sono i residui di pascoli che ancora resistono all’avanzata del bosco, o aree percorse da incendi, o luoghi dove il pascolo ovino e caprino è ancora praticato — come a Campitello di Sepino. La loro forma, la loro posizione, la loro composizione botanica raccontano l’uso che ne è stato fatto.

Il paradosso della tutela passiva

Qui si apre il nodo concettuale che gli episodi successivi affronteranno con i due scenari. La tutela del Parco Nazionale del Matese è, nella sua forma attuale, prevalentemente una tutela passiva: regolamenti, zone di protezione, divieti. È una tutela che protegge il territorio da interventi che potrebbero danneggiarlo.

Ma il territorio del Matese non è minacciato principalmente dallo sviluppo eccessivo — è minacciato dall’abbandono continuo. La curva demografica dell’episodio IV non si è invertita con l’istituzione del Parco. I paesi continuano a perdere abitanti. I pascoli continuano ad essere colonizzati dal bosco. I sentieri continuano a chiudersi per mancanza di manutenzione. Gli incendi — favoriti dall’accumulo di vegetazione arbustiva non più gestita dal pascolo — continuano a percorrere i versanti.

⚠ Il rischio che nessuno nomina

Un territorio abbandonato non è un territorio tutelato. È un territorio che cambia senza controllo — in modi che possono essere ugualmente o più distruttivi di uno sviluppo mal governato. L’incendio che percorre un versante non gestito da pascolo da trent’anni distrugge in ore ciò che il bosco ha costruito in decenni. Il franamento di un terrazzamento abbandonato da sessant’anni porta via suolo che non si ricostruisce.

La domanda che il Parco deve porsi non è solo “cosa vietiamo” — è “chi presidia questo territorio, con quali risorse, con quale economia, con quale continuità nel tempo”. Senza quella risposta, la tutela formale rischia di essere una cornice senza quadro.

Il cerchio si chiude: dal 1861 al 2025

La serie ha percorso un arco di 164 anni. Nel 1861 il Matese era un territorio economicamente attivo, demograficamente denso, integrato in un sistema produttivo che lo attraversava fisicamente con tratturi, mulattiere, canali, gualchiere, masserie. Nel 2025 lo stesso territorio viene istituito come Parco Nazionale per tutelare la sua straordinaria naturalità.

Il paradosso è reale e non va nascosto: quella naturalità è figlia di quella crisi. Il bosco che il lupo appenninico percorre nelle notti del Matese è cresciuto sui campi che i contadini di Letino, Campochiaro e Guardiaregia abbandonarono quando non poterono più pagare le tasse del nuovo Stato, quando i loro figli partirono per Ellis Island, quando il sistema che dava senso economico a quei versanti smise di funzionare.

Riconoscere questo non indebolisce il valore del Parco. Lo chiarisce. E pone le basi per la domanda finale, quella che i prossimi episodi affronteranno: se la naturalità del Matese è il prodotto di un abbandono, cosa succede quando le dinamiche cambiano? Quando il Parco genera turismo? Quando l’economia compatibile attrae nuovi residenti? Quando la pressione antropica sul territorio ricomincia a crescere? La tutela che abbiamo regge — oppure era solo la tutela dell’assenza?

Note e fonti

¹ WWF Italia, Nasce il Parco Nazionale del Matese, aprile 2025, wwf.it; LifeGate, C’è una nuova area protetta in Italia, è il Parco nazionale del Matese, maggio 2025.

² Agnoletti M., citato in: Campagne Italiane / Istituto Cervi, La montagna e il bosco. Rimboschimento VS urbanizzazione; Agriregionieuropa, Il paesaggio italiano tra urbanizzazione e ricolonizzazione forestale. Dato sulla superficie forestale italiana: IFNC 2015, 36,7% della superficie totale.

³ Agnoletti M., Storia del bosco, recensione in ARO-ISIG FBK, 2019. La citazione è tratta dalla sintesi del volume di Agnoletti sulla storia forestale italiana.

⁴ Greenpeace Italia, Quei rimboschimenti non ci convincono. Il riferimento alle praterie seminaturali come habitat di eccezionale valore per la biodiversità è coerente con la Direttiva Habitat dell’Unione Europea.

⁵ Sallustio L., citato in: UCI Italia, Dove il bosco ancora abbraccia l’uomo, Campitello di Sepino, giugno 2020, uci.it.

I prossimi due episodi costruiscono gli scenari: cosa succede al paesaggio del Matese se il Parco genera economia compatibile e presidio umano, e cosa succede se lo spopolamento continua. Sono scenari ipotetici — ma fondati sui dati reali che questa serie ha documentato.

Matese.bike · Redazione · Prima e Dopo la Cura, Ep. V

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