Oltre il Fango: Verità Territoriali
Se lo spopolamento continua e il Parco resta una cornice senza contenuto economico, il territorio degrada per abbandono anziché per sviluppo. È lo scenario che nessuno vuole — ma che la storia del Matese rende documentabile.
La premessa: cosa rende plausibile lo Scenario B
Lo Scenario B non è un’ipotesi pessimista costruita a tavolino. È la proiezione di tendenze già in atto, documentate dai dati che questa serie ha presentato negli episodi precedenti. La curva demografica del Matese non si è invertita con l’istituzione del Parco. I paesi continuano a perdere abitanti. Le scuole elementari chiudono. Le attività commerciali spariscono. I presidi sanitari — ambulatori, guardie mediche, punti di primo soccorso — vacillano o vengono soppressi per mancanza di utenza sufficiente a giustificarne il mantenimento. Il numero di giovani che rimane sul territorio non basta a sostenere le economie locali né i servizi essenziali.
A questo si aggiunge un dato strutturale che riguarda i parchi nazionali italiani in generale: a dicembre 2024, secondo un’analisi WWF Italia, il 40 per cento dei parchi nazionali esistenti era privo del consiglio direttivo — l’organo di gestione la cui nomina compete al Ministro dell’ambiente. La mancanza di strumenti basilari di pianificazione, la carenza di personale tecnico-scientifico, le crescenti pressioni esterne legate a cambiamento climatico e incendi sono fattori che minano concretamente l’efficacia della tutela.¹
⚠ Il dato che nessuno cita
Il 72 per cento degli oltre 8.000 borghi italiani conta meno di 5.000 abitanti. Di questi, 5.627 sono a grave rischio abbandono secondo Legambiente. L’area maggiormente colpita è quella degli Appennini — esattamente dove si trova il Matese.² Lo spopolamento appenninico non è un fenomeno superato: è una tendenza strutturale in corso, che il Parco da solo non può invertire.
I quattro meccanismi del degrado per abbandono
Nello Scenario B, il degrado non arriva dallo sviluppo eccessivo — arriva dall’assenza. Quattro meccanismi agiscono in modo concatenato, ciascuno alimentando il successivo.
01
Spopolamento → perdita di presidio
Meno abitanti significa meno occhi sul territorio, meno mani per la manutenzione, meno attività economiche che giustificano la presenza umana sui versanti. I sentieri smettono di essere percorsi e si chiudono. Le strade forestali non vengono riparate dopo le frane. Le sorgenti non vengono monitorate. Il territorio si autogestisce — in modo non sempre favorevole alla sua conservazione.
02
Abbandono dei pascoli → accumulo di combustibile
Quando il pascolo cessa, la vegetazione arbustiva colonizza i versanti. Eriche, rovi, ginestre accumulano biomassa secca. Uno dei fattori che favorisce l’innesco di incendi è proprio l’abbandono delle campagne, con la conseguente rinaturalizzazione dei prati e dei pascoli: la copertura vegetale che si instaura spesso in queste fasi — soprattutto eriche e arbusti resinosi — è altamente infiammabile e crea una continuità del combustibile che permette al fuoco di propagarsi rapidamente.³
03
Incendi → perdita di suolo e biodiversità
Un incendio su un versante non gestito da pascolo per trent’anni distrugge in ore ciò che il bosco ha costruito in decenni. Ma il danno peggiore non è la perdita degli alberi — è la perdita del suolo. Un versante bruciato senza copertura vegetale è un versante che frana alla prima pioggia intensa. E le piogge intense sul Matese, come documentato nella serie “Matese e l’acqua” già pubblicata su questo sito, non sono eccezioni — sono eventi ricorrenti con cadenza pluridecennale.
04
Degrado → perdita di attrattività → spopolamento ulteriore
Il ciclo si chiude su se stesso. Un territorio degradato è meno attrattivo per i visitatori, per i nuovi residenti, per gli investimenti. Lo spopolamento che ha prodotto il degrado viene accelerato dal degrado stesso. La tutela formale del Parco — regolamenti, zone, divieti — non interrompe questo ciclo se non c’è economia che lo contrastit.
Il precedente del Decreto Galasso: una lezione già vissuta
Il Matese conosce già questo scenario — non come ipotesi, ma come memoria vissuta. Il Decreto Galasso del 1985 impose il blocco di qualsiasi attività edilizia e di trasformazione del territorio in attesa dei piani paesistici regionali. Le Regioni Campania e Molise, come quasi tutte le regioni italiane, non approvarono i piani nei termini previsti. Il risultato fu anni — in alcuni casi più di un decennio — di paralisi totale: nessuna ristrutturazione, nessun ampliamento, nessuna apertura di nuove attività agrituristiche, nessuna sistemazione di fabbricati rurali.
Non fu un blocco dello sviluppo eccessivo — fu un blocco di tutto. Chi voleva investire sul territorio non poteva farlo. Chi aveva una struttura da ristrutturare non poteva farlo. Il territorio non fu tutelato: fu congelato. E il congelamento, in un territorio già fragile demograficamente, accelerò l’abbandono invece di fermarlo.
Ma c’è una conseguenza ulteriore, meno raccontata e più grave. Chi continuava ad abitare sul territorio e aveva necessità concrete — una perdita nel tetto, un locale da rendere abitabile, una struttura da ampliare per una famiglia che cresceva — non poteva aspettare un decennio l’approvazione di un piano paesistico regionale. Ricorreva a stratagemmi e sotterfugi: interventi edilizi non autorizzati, ampliamenti mascherati da manutenzione, costruzioni irregolari che sfuggivano ai controlli. Il risultato non fu uno sviluppo armonioso che il blocco aveva scongiurato — fu uno sviluppo clandestino, privo di qualsiasi pianificazione, e in particolare privo della componente più critica: l’infrastruttura fognaria.
In un territorio montano come il Matese, dove le falde acquifere alimentano sorgenti che a valle diventano fiumi, laghi e acquedotti, la mancanza di reti fognarie adeguate a raccogliere i reflui degli insediamenti irregolari ha prodotto danni ambientali difficilmente reversibili. Non fu la colpa di chi abitava il territorio — fu la conseguenza prevedibile di un sistema normativo che aveva bloccato tutto senza offrire nulla in cambio: né le autorizzazioni regolari, né le infrastrutture necessarie a renderle compatibili con il territorio.
Il Parco come secondo Decreto Galasso?
Il rischio che lo Scenario B comporta non è quello di un Parco cattivo che opprime il territorio. È quello di un Parco buono nelle intenzioni ma inefficace negli strumenti: che emana regolamenti senza produrre economia, che vieta senza offrire alternative, che tutela sulla carta senza presidio reale sul campo.
La memoria del Decreto Galasso è ancora viva tra chi vive sul Matese. Un Parco che ripetesse quella dinamica — blocco senza strumenti attuativi, regole senza economia compatibile — troverebbe sul territorio non un’alleanza ma una resistenza. E quella resistenza sarebbe fondata su un’esperienza concreta, non su un pregiudizio.
Le debolezze strutturali che rendono lo Scenario B plausibile
Non si tratta solo di una possibilità astratta. Ci sono debolezze strutturali concrete, documentate, che nel contesto del Parco Nazionale del Matese rendono lo Scenario B un rischio reale se non si interviene con determinazione.
Le debolezze del sistema parchi italiano — documentate
Assenza degli organi di gestione — Il 40% dei parchi nazionali italiani era privo del consiglio direttivo a fine 2024. Un parco senza organo di gestione non può approvare piani, stipulare accordi, coordinare attività economiche. È un parco formalmente esistente ma operativamente fermo.¹
Carenza di personale tecnico-scientifico — Biologi, veterinari, tecnici forestali: le figure che dovrebbero monitorare il territorio, gestire la fauna, valutare gli impatti delle attività umane. Senza di loro, la tutela è normativa ma non operativa.¹
Assenza del Piano del Parco — Il Piano del Parco è lo strumento che traduce le norme in regole operative concrete: zonazione precisa, elenco delle attività consentite e vietate per zona, programma economico. Senza Piano, tutto rimane nella zona grigia dell’incertezza — che scoraggia gli investimenti compatibili quanto quelli incompatibili.¹
Finanziamenti insufficienti — Ai parchi nazionali terrestri italiani vengono assegnati in media 81 milioni di euro all’anno per tutelare 1,5 milioni di ettari: circa 54 euro per ettaro. Non è una cifra che consente presidio reale, manutenzione sistematica, progettazione di economia compatibile.⁴
Assenza di progettazione — impossibilità di accedere ai finanziamenti — Un parco privo di Piano, di organi di gestione e di personale tecnico non è in grado di produrre progetti. E senza progetti non può accedere ai fondi europei, ai programmi di sviluppo rurale, ai finanziamenti PNRR o ai bandi ambientali che pure esistono e che potrebbero sostenere sia la tutela sia l’economia compatibile. Il paradosso è brutale: i territori che più avrebbero bisogno di risorse esterne sono spesso quelli meno attrezzati per ottenerle. Un ente parco senza capacità progettuale è un ente parco che resta fuori da ogni ciclo di finanziamento — e che quindi non può invertire nessuna delle tendenze che lo Scenario B descrive.
Il disequilibrio faunistico: un’eredità della gestione superficiale
Lo Scenario B porta con sé un’ulteriore componente di degrado che non riguarda la vegetazione né le infrastrutture, ma la fauna — e che è già in corso sull’intero Appennino meridionale, Matese incluso.
La sovrappopolazione di cinghiali è oggi un’emergenza documentata a livello nazionale. ISPRA stima in 1,5 milioni gli esemplari presenti in Italia nel 2021, con danni all’agricoltura stimati in 120 milioni di euro in sette anni.⁵ Le cause strutturali di questa esplosione demografica sono esattamente quelle che caratterizzano il Matese: l’abbandono delle attività agricole e pastorali nelle zone alto-collinari e montane, che ha reso disponibili risorse alimentari precedentemente occupate dagli animali domestici, e la riduzione sistematica dei predatori naturali — il lupo in particolare, che ha toccato il suo minimo di presenza negli anni Settanta.⁶
Va precisato che il cinghiale non è una specie alloctona nell’Appennino — è specie autoctona presente da sempre. Il problema non è la sua presenza, ma la sua densità eccessiva, favorita da decenni di gestione superficiale o assente del territorio. Va però citata una componente storica rilevante: a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, e in particolare negli anni Sessanta, in tutto l’Appennino — e quindi anche nel Matese — furono effettuate reintroduzioni a scopo venatorio con cinghiali importati dall’estero, in gran parte di origine centro-europea e carpatica, di dimensioni maggiori e con tasso riproduttivo più elevato rispetto agli ecotipi mediterranei originari.⁶ Queste immissioni, condotte senza pianificazione faunistica, hanno alterato la composizione genetica e demografica delle popolazioni locali. Il risultato, combinato con la riduzione dei predatori naturali e l’abbandono dei pascoli, è la popolazione attuale: numerosa, difficile da contenere, e in espansione su versanti che un tempo il presidio umano teneva sotto controllo.
Gli effetti concreti sul territorio del Matese
La sovrappopolazione di ungulati produce effetti che un motociclista che percorre il Matese osserva direttamente: pascoli grufolati e distrutti, colture abbandonate anche per questo, terrazzamenti a secco sfondati dal grufolare notturno, sentieri danneggiati. Più grave ancora è l’impatto sulle faggete appenniniche e sulle formazioni erbose naturali — habitat di interesse comunitario protetti dalla Direttiva Habitat — dove la pressione degli ungulati compromette la rinnovazione naturale del bosco e la sopravvivenza delle specie erbacee del sottobosco.⁷
La Regione Campania ha dichiarato emergenza cinghiali nel luglio 2024, riconoscendo ufficialmente che il fenomeno è fuori controllo.⁸ In assenza di un Piano Faunistico del Parco — che non può esistere senza il Piano del Parco stesso — questo disequilibrio non ha strumenti per essere governato. Il Parco che non si dota degli strumenti di gestione faunistica non è un Parco che lascia la natura libera: è un Parco che lascia crescere un problema senza presidio.
Chi percorre il Matese oggi vede già frammenti di entrambi gli scenari. La distinzione non è geografica — è temporale. Alcuni versanti mostrano segni di presidio attivo: sentieri aperti, pascoli mantenuti, strutture ricettive funzionanti, presenza umana. Altri mostrano già i segnali dello Scenario B: sentieri chiusi dalla vegetazione, strade bianche non riparate dopo le ultime frane, ruderi che avanzano verso il collasso definitivo, radure che si restringono anno dopo anno sotto la pressione del bosco.
📍 I segnali da leggere in sella
Sentiero che si chiude Una pista che l’anno scorso era percorribile e oggi è invasa dalla vegetazione non è un evento neutro. È un indicatore: qualcuno non ci passa più, qualcuno non la mantiene più. È il primo segnale dello Scenario B su quel versante.
Radura che si restringe Se una radura che conosci è diventata più piccola rispetto all’ultimo passaggio, il bosco sta avanzando. Potrebbe essere naturale — oppure è il segnale che il pascolo che la manteneva aperta è cessato.
Paese che tace Un centro storico con più porte murate di quante ne ricordavi, un bar chiuso, una scuola vuota — sono i segnali demografici che precedono il degrado fisico del territorio. Il Matese ha già troppi paesi che tacciono così.
La scelta che il Parco deve fare
La serie ha costruito, episodio dopo episodio, la premessa di una domanda che non è storiografica ma politica, nel senso più diretto del termine: di gestione del territorio, di scelte concrete, di priorità.
Il Parco Nazionale del Matese ha davanti due strade. Può scegliere di essere uno strumento di tutela attiva — che genera economia compatibile, attrae presidio umano, mantiene il territorio vivo — oppure può diventare una sovrastruttura normativa su un territorio che continua a svuotarsi. La seconda strada è quella di minor resistenza istituzionale: meno accordi da costruire, meno attori da coinvolgere, meno conflitti da gestire. Ma è anche la strada che porta allo Scenario B.
La storia del Matese che questa serie ha documentato offre una prospettiva utile su questa scelta. Il sistema preunitario che garantiva il paesaggio del Matese non lo faceva per deliberata politica conservativa: lo faceva perché era economicamente conveniente mantenerlo. Il bosco gestito produceva legname e carbone. Il pascolo mantenuto produceva lana e carne. Il terrazzamento mantenuto produceva grano e castagne. La tutela era un effetto dell’economia, non una sua alternativa.
Il Parco del XXI secolo non può replicare quel sistema — le condizioni storiche, economiche e demografiche sono troppo diverse. Ma può imparare da esso il principio fondamentale: la tutela regge quando chi vive sul territorio ha un interesse economico concreto a mantenerlo. Senza quell’interesse, la tutela è un vincolo senza contenuto — e i vincoli senza contenuto, come il Matese ha già imparato a proprie spese, producono abbandono.
Note e fonti
⁵ UNSIC / ISPRA, Cinghiali: Abruzzo e Piemonte le regioni più colpite, gennaio 2023. Il dato di 1,5 milioni di esemplari e 120 milioni di euro di danni in sette anni è tratto dall’indagine ISPRA citata nella fonte.
⁶ Federparchi / Parks.it, Sammuri G., Proliferazione degli ibridi di cinghiale, aree protette vittime al pari di agricoltori e cittadini; WWF Italia, Cinghiali, un’emergenza che va gestita, maggio 2021 (conferma immissioni anni ’60 con cinghiali dei Carpazi); parchilazio.it, Cinghiali: fra leggenda e realtà (immissioni a scopo venatorio iniziate negli anni ’50 con cinghiali importati dall’estero, condotte senza pianificazione faunistica).
⁷ Parks.it, Impatto degli ungulati sulla biodiversità. Il riferimento alle faggete appenniniche (Habitat 9210* e 9220*) e alle formazioni erbose naturali come habitat di interesse comunitario impattati dal cinghiale è tratto da questo documento tecnico.
⁸ Regione Campania, Assessorato all’Agricoltura, comunicato stampa 26 luglio 2024: dichiarazione di emergenza cinghiali. Fonte: agricoltura.regione.campania.it.
¹ WWF Italia / Alternativa Sostenibile, Parchi Nazionali, la scienza conferma l’efficacia per la tutela della natura in Italia, maggio 2025. I dati su assenza consigli direttivi (40%), carenza di personale e mancanza di Piani del Parco sono tratti da questa fonte, basata su analisi WWF dicembre 2024.
² BuoneNotizie.it, Borghi italiani e spopolamento, febbraio 2022. I dati su 72% dei borghi sotto 5.000 abitanti e 5.627 borghi a grave rischio abbandono sono attribuiti a Legambiente.
³ Rivista di Agraria, Gli incendi boschivi, settembre 2015. Il collegamento tra abbandono dei pascoli, colonizzazione arbustiva e rischio incendi è documentato in questa fonte tecnica.
⁴ WWF Italia, I Parchi Nazionali italiani, wwf.it. Il dato di 81 milioni di euro annui per 1,5 milioni di ettari di parchi nazionali terrestri è tratto dalla pagina tematica WWF sui parchi.
La miniserie si chiude con l’episodio conclusivo: la fruizione consapevole come variabile attiva. Chi percorre il Matese in sella non è spettatore di questa scelta — ne è parte.
Matese.bike · Redazione · Prima e Dopo la Cura, Ep. VII
