Esiste un paradosso nella gestione delle aree protette che raramente viene discusso apertamente: molti dei territori che oggi sono parchi nazionali sono stati preservati proprio grazie all’attività umana che li ha abitati, curati e modellati per secoli. Eppure, le politiche di conservazione contemporanee tendono sempre più verso l’esclusione totale dell’uomo, nella convinzione che la natura debba essere lasciata “intatta”. Ma cosa significa davvero “intatta”? E quali rischi comporta l’abbandono di territori che per millenni sono stati custoditi dalla presenza umana?
Quando l’Uomo Era Custode, Non Nemico
I Pascoli d’Alta Quota: Biodiversità Creata dall’Uomo
Prendiamo ad esempio i pascoli alpini e appenninici, oggi parte integrante di numerosi parchi nazionali italiani. Questi prati d’altura, che consideriamo “naturali” e che proteggono una straordinaria biodiversità di fiori, insetti e uccelli, sono in realtà il risultato di secoli di pascolamento.
Senza l’attività dei pastori e delle loro greggi, questi pascoli tornerebbero rapidamente ad essere bosco. La ricchezza floristica che tanto ammiriamo – genziane, stelle alpine, orchidee selvatiche – è diretta conseguenza del “disturbo” controllato causato dal pascolamento, che impedisce alle specie arboree dominanti di colonizzare l’intero territorio.
Il Parco Nazionale del Gran Paradiso, primo parco italiano istituito nel 1922, preserva pascoli alpini che per secoli sono stati utilizzati dalle comunità locali. La presenza dello stambecco, simbolo del parco, è stata salvata proprio grazie all’interesse venatorio dei Savoia, che istituirono una riserva reale nel 1856. Ironicamente, fu proprio un’attività antropica – seppure elitaria – a impedire l’estinzione della specie.
I Boschi Gestiti: L’Eredità dei Carbonai
I boschi di faggio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise sono spesso descritti come “foreste primordiali”. In realtà, per secoli sono stati utilizzati per la produzione di carbone, legna da ardere e per il pascolo. Questa gestione tradizionale ha creato un mosaico di boschi di diverse età, radure e zone di transizione che favoriscono una biodiversità molto superiore a quella di una foresta uniforme.
I vecchi carbonai conoscevano perfettamente il territorio: sapevano quali alberi tagliare, quando farlo, dove lasciare corridoi per gli animali. La loro presenza costante scoraggiava anche il bracconaggio e gli incendi.
I Terrazzamenti: Capolavori di Ingegneria Ecologica
I terrazzamenti della Costiera Amalfitana (oggi Patrimonio UNESCO) e delle Cinque Terre (parte del Parco Nazionale) sono testimonianze straordinarie di come l’attività umana abbia letteralmente costruito il paesaggio. Questi sistemi complessi di muri a secco non solo hanno reso coltivabili terreni impossibili, ma hanno anche:
- Regolato il deflusso delle acque piovane
- Prevenuto frane e smottamenti
- Creato microhabitat per innumerevoli specie
- Modellato paesaggi di incomparabile bellezza
Quando questi terrazzamenti vengono abbandonati, collassano. I muri cedono, le frane aumentano, il paesaggio si degrada. La manutenzione richiede presenza umana costante, conoscenza tradizionale, lavoro manuale. Senza l’agricoltura – l’attività antropica per eccellenza – questi territori si deteriorano rapidamente.
I Tratturi: Vie di Comunicazione e Corridoi Ecologici
I tratturi del Parco Nazionale del Matese e del Molise sono antiche vie della transumanza, larghe fino a 111 metri, che per millenni hanno collegato i pascoli estivi d’altura con quelli invernali della Puglia. Questi corridoi erbosi, mantenuti aperti dal passaggio di migliaia di pecore, hanno funzionato come autostrade ecologiche per innumerevoli specie vegetali e animali.
Oggi, molti tratturi sono abbandonati, invasi da rovi e arbusti, non più percorribili. La loro funzione ecologica si è drasticamente ridotta proprio a causa della cessazione dell’attività pastorale che li aveva creati e mantenuti.
I Rischi dell’Esclusione Totale
1. Abbandono e Degrado
Quando si limita eccessivamente l’accesso e l’utilizzo di un territorio, paradossalmente si può accelerare il suo degrado:
Mancanza di manutenzione: Sentieri che scompaiono, ponti che crollano, segnaletica che si deteriora, rifugi che cadono in rovina. Senza una presenza umana regolare, le infrastrutture minime necessarie alla fruizione vengono meno.
Proliferazione incontrollata della vegetazione: In assenza di pascolo o di gestione forestale, alcune specie vegetali diventano dominanti, riducendo la biodiversità complessiva. I boschi si infittiscono eccessivamente, aumentando il rischio di incendi devastanti.
Aumento del rischio idrogeologico: I terrazzamenti abbandonati crollano, i canali di scolo si ostruiscono, i versanti diventano instabili. L’abbandono delle pratiche agricole tradizionali in montagna è una delle cause principali dell’aumento di frane e smottamenti.
2. Perdita della Conoscenza Tradizionale
Gli anziani pastori, contadini, boscaioli possiedono una conoscenza ecologica del territorio che nessun manuale universitario può sostituire. Sanno dove l’acqua sgorga in estate, quali piante indicano un terreno stabile, come leggere i segni del tempo, dove gli animali si rifugiano.
Quando queste persone vengono escluse dai territori che hanno abitato per generazioni, questa conoscenza muore con loro. E con essa muore anche la capacità di gestire il territorio in modo sostenibile.
Un pastore che non può più portare le pecore nei pascoli d’altura non trasmetterà più ai figli i nomi dei luoghi, le storie, i segreti di quel territorio. Un territorio senza nomi, senza storie, senza memoria diventa un territorio estraneo, che nessuno sente più il dovere di proteggere.
3. Isolamento e Invisibilità
Un parco senza visitatori, o con visitatori limitati a poche aree iper-turistiche, diventa un parco invisibile. E ciò che è invisibile è difficile da difendere:
Riduzione del sostegno pubblico: Se le persone non possono visitare e vivere i parchi, perché dovrebbero preoccuparsi della loro sopravvivenza? Perché accettare vincoli e limitazioni per proteggere qualcosa che non possono nemmeno vedere?
Concentrazione dei flussi: Limitare l’accesso non riduce il numero totale di visitatori, ma li concentra in poche aree che diventano sovra-sfruttate, mentre il resto del parco rimane abbandonato.
Riduzione delle risorse economiche: Meno visitatori significa meno introiti da biglietti, pernottamenti, ristorazione. Le comunità locali perdono interesse economico nel parco e possono diventare ostili alla sua esistenza.
4. Aumento del Bracconaggio e delle Attività Illegali
Un territorio vuoto è un territorio incontrollabile. La presenza diffusa e costante di persone che amano e rispettano il territorio è il miglior deterrente contro:
- Bracconaggio: Più occhi nel territorio significano maggiore probabilità che un bracconiere venga avvistato.
- Discariche abusive: Un sentiero frequentato non diventa una discarica.
- Incendi dolosi: Un bosco attraversato regolarmente da escursionisti, ciclisti, motociclisti è meno vulnerabile agli incendi.
- Taglio illegale di legname: Difficile abbattere alberi se il territorio è frequentato.
5. Perdita di Resilienza Ecologica
Paradossalmente, alcuni ecosistemi “disturbati” dall’uomo sono più resilienti di quelli lasciati a se stessi:
I pascoli mantenuti dal pascolamento resistono meglio alla siccità rispetto ai boschi densi.
I boschi gestiti con tagli selettivi sono meno vulnerabili agli attacchi parassitari rispetto alle foreste troppo dense e uniformi.
I mosaici paesaggistici creati dall’agricoltura tradizionale offrono rifugio a molte più specie rispetto agli ambienti omogenei.
Gli Oneri Insostenibili per le Istituzioni
Se si esclude l’utilizzo diffuso e consapevole del territorio, l’intero peso della sua gestione ricade sugli enti pubblici. Ma quali sono questi costi?
1. Sorveglianza e Controllo
Costo del personale: Servirebbero centinaia di guardiaparco per monitorare efficacemente un territorio esteso. Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise copre circa 50.000 ettari. Con l’organico attuale (circa 50-60 dipendenti, di cui solo una parte sono guardiaparco), ogni guardiaparco dovrebbe controllare oltre 1.000 ettari. Missione impossibile senza la collaborazione di chi frequenta il territorio.
Tecnologie di monitoraggio: Droni, telecamere, sensori costano e richiedono manutenzione. E comunque non sostituiscono la presenza umana capillare.
2. Manutenzione delle Infrastrutture
Sentieri: Un sentiero non manutenuto si chiude in 2-3 anni. Riaprirlo costa 10 volte di più che mantenerlo. Chi lo mantiene se non chi lo percorre?
Rifugi e strutture: Richiedono manutenzione costante. I rifugi gestiti da associazioni o privati sono un risparmio enorme per l’ente parco.
Segnaletica: Si deteriora, va sostituita regolarmente.
Ponti e guadi: Richiedono verifiche strutturali, manutenzione, riparazione dopo eventi meteorologici.
3. Prevenzione Incendi
Pulizia del sottobosco: In un bosco non gestito, la biomassa secca si accumula, trasformando il bosco in una polveriera. La gestione forestale attiva (taglio selettivo, pulizia) è costosa ma necessaria.
Viali tagliafuoco: Vanno mantenuti aperti, altrimenti si chiudono e perdono la loro funzione.
Sistema di avvistamento: Torri, personale, mezzi aerei. Costosissimi. La presenza diffusa di persone sul territorio è il miglior sistema di allerta precoce.
4. Gestione Faunistica
Controllo delle popolazioni: In assenza di predatori naturali o di pressione venatoria controllata, alcune specie possono proliferare eccessivamente (cinghiali, caprioli) causando danni all’agricoltura circostante e squilibri ecologici. Servono abbattimenti selettivi costosi e controversi.
Monitoraggio sanitario: Malattie che si diffondono in popolazioni troppo dense richiedono interventi veterinari costosi.
5. Prevenzione Dissesto Idrogeologico
Manutenzione dei terrazzamenti: Se non lo fanno gli agricoltori, dovrebbe farlo l’ente parco. Ma a che costo?
Pulizia dei canali di scolo: Fondamentale per prevenire frane, ma chi lo fa se il territorio è abbandonato?
Consolidamento dei versanti: Interventi ingegneristici costosissimi che spesso non servirebbero se ci fosse una manutenzione ordinaria del territorio.
6. Educazione Ambientale e Comunicazione
Se vuoi che le persone rispettino il parco ma non possono frequentarlo, devi investire molto di più in:
- Campagne informative
- Centri visita
- Programmi educativi nelle scuole
- Materiale divulgativo
Tutto questo costa, e ha un impatto molto minore rispetto all’esperienza diretta del territorio.
Il Modello Sostenibile: Utilizzo Consapevole
La soluzione non è l’esclusione totale, ma l’inclusione responsabile. Alcuni principi:
1. Zonizzazione Intelligente
Non tutto il territorio ha la stessa sensibilità ecologica. Un parco ben gestito dovrebbe avere:
- Zone A (integrale): Accesso limitato, massima protezione
- Zone B (generale): Attività compatibili regolamentate
- Zone C (promozione economica e sociale): Attività economiche sostenibili
L’errore è trattare tutto il territorio come Zona A.
2. Coinvolgimento delle Comunità Locali
Le persone che abitano dentro e intorno al parco devono essere alleate, non nemiche. Questo significa:
- Riconoscere e valorizzare le attività tradizionali compatibili
- Condividere i benefici economici del parco
- Includere le comunità nelle decisioni gestionali
3. Promozione del Turismo Responsabile
Il turismo sportivo e naturalistico di qualità:
- Distribuisce i visitatori nel tempo e nello spazio
- Porta benefici economici diffusi
- Crea una rete di “sentinelle” del territorio
- Genera risorse economiche per la conservazione
4. Collaborazione con le Associazioni
Associazioni di escursionisti, ciclisti, motociclisti, cavalieri possono:
- Adottare sentieri e occuparsi della loro manutenzione
- Organizzare giornate di pulizia
- Segnalare problemi e criticità
- Educare i propri membri al rispetto ambientale
Questo alleggerisce enormemente il carico sugli enti gestori.
5. Agricoltura e Pastorizia Sostenibili
Mantenere vive le attività agro-pastorali tradizionali significa:
- Preservare il paesaggio culturale
- Mantenere aperti i pascoli
- Garantire la manutenzione dei terrazzamenti
- Conservare la biodiversità
- Prevenire il dissesto idrogeologico
Conclusione: Ripensare la Conservazione
La conservazione del XXI secolo non può basarsi sull’idea romantica del “wilderness intoccato”. La maggior parte dei paesaggi che amiamo sono co-produzioni di natura e cultura, il risultato di millenni di interazione tra uomo e ambiente.
Escludere l’uomo da questi territori non significa proteggerli, ma condannarli all’abbandono e al degrado. Significa anche rinunciare a una risorsa preziosa: la passione, la conoscenza e l’impegno di migliaia di persone che amano questi luoghi e sarebbero disposte a prendersene cura.
I parchi nazionali non dovrebbero essere fortezze della conservazione da cui l’uomo è bandito, ma laboratori di una nuova alleanza tra uomo e natura, dove si dimostra che conservazione e utilizzo sostenibile non sono opposti, ma alleati necessari.
Il territorio del Matese, con la sua ricchezza di tratturi, pascoli, boschi e comunità montane ancora vive, potrebbe diventare un esempio di questo approccio innovativo alla conservazione: un parco nazionale che non esclude ma include, che non abbandona ma cura, che non vieta ma regola, che non divide ma unisce.
Perché alla fine, un territorio amato è un territorio protetto. E non si può amare ciò che non si può conoscere, vivere, frequentare.
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