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Memoria e territorio

Il “decreto Galasso” del 1985 bloccò per oltre un decennio qualsiasi attività edilizia su vaste aree del Matese. Oggi, con il Parco Nazionale in fase di istituzione provvisoria, quel precedente storico merita di essere ricordato con lucidità.

Redazione matese.bike  ·  Aprile 2026

C’è un riflesso condizionato che scatta, comprensibile e legittimo, ogni volta che una norma di tutela ambientale viene annunciata su un territorio come il Matese. Non è ostilità all’ambiente. È memoria. Una memoria concreta, radicata in chi ha visto con i propri occhi cosa può accadere quando lo Stato interviene con una legge urgente e poi sparisce, lasciando le comunità a fare i conti con le conseguenze per anni.

Quel ricordo ha un nome preciso: il decreto Galasso.

Cosa fu la legge Galasso

Nel 1985 il ministro per i Beni Culturali Giuseppe Galasso promosse quello che sarebbe diventato la Legge 431 dell’8 agosto 1985. L’intenzione era nobile: proteggere il paesaggio italiano da una speculazione edilizia che stava devastando coste, montagne e corsi d’acqua. La legge sottopose automaticamente a vincolo paesaggistico intere categorie di territorio — boschi, fasce fluviali, zone montane, aree costiere — indipendentemente da qualsiasi valutazione caso per caso.

Il meccanismo era semplice nella sua brutalità amministrativa: nelle aree vincolate era vietata qualsiasi modificazione dell’assetto del territorio e qualsiasi opera edilizia, con la sola eccezione della manutenzione ordinaria e straordinaria e del restauro conservativo. Tutto il resto — ampliamenti, nuove costruzioni, ristrutturazioni significative, opere di sistemazione agricola — era bloccato in attesa che le Regioni adottassero i propri piani paesistici.

Il meccanismo del blocco

La legge prevedeva che le Regioni approvassero i piani paesistici entro il 31 dicembre 1986. In assenza di quei piani, il blocco restava operativo a tempo indeterminato. La Campania e il Molise — come quasi tutte le Regioni italiane — non rispettarono quella scadenza. In alcuni casi i piani arrivarono con oltre un decennio di ritardo. Nel frattempo, sul territorio il divieto era pienamente operativo.

Gli effetti su un territorio già fragile

Per aree come il Matese, il vincolo Galasso cadde su un tessuto economico già sottoposto a pressioni enormi. Erano gli anni in cui l’emigrazione aveva svuotato interi borghi, in cui la modernizzazione agricola stava cambiando i modi di produzione tradizionali, in cui qualcuno — artigiano, agricoltore, piccolo imprenditore — stava cercando di costruire qualcosa: una stalla più funzionale, un fabbricato rurale da ristrutturare per farne un agriturismo, un ampliamento di un’attività esistente.

Il blocco non distingueva tra chi voleva speculare e chi voleva lavorare. Colpiva entrambi con lo stesso strumento, in attesa di una pianificazione regionale che non arrivava. Il risultato fu un congelamento che, su un territorio già in difficoltà demografica ed economica, accelerò processi di abbandono già in atto.

Chi protestava rischiava di essere dipinto come nemico dell’ambiente. Un cortocircuito comunicativo che lasciava le comunità locali disarmate nel dibattito pubblico.

A rendere la situazione più difficile era la condizione di chi cercava di opporsi o anche solo di spiegare il problema. La narrazione dominante — un territorio da salvare, un paesaggio da proteggere — era difficile da contestare senza apparire come chi vuole cementificare le montagne. Il pastore che non riusciva a ottenere l’autorizzazione per sistemare il ricovero del gregge non trovava facilmente ascolto fuori dal proprio comune.

Il paradosso ambientale

C’è un’ironia amara nella storia che stiamo raccontando. La norma pensata per proteggere l’ambiente produsse, per inerzia istituzionale, un danno ambientale concreto e probabilmente irreversibile. Il blocco delle costruzioni legittime non fermò il bisogno reale di abitare e lavorare sul territorio: lo spinse verso una via alternativa. Il fabbricato agricolo — soggetto a un regime autorizzativo più permissivo — diventò lo strumento attraverso cui aggirare il blocco. Nacquero così costruzioni formalmente destinate all’uso agricolo ma di fatto utilizzate come residenze stabili o stagionali, spesso in posizioni isolate su versanti e fondovalle privi di reti fognarie pubbliche.

Le conseguenze si misurano ancora oggi. La grande maggioranza di questi insediamenti non è allacciata ad alcun sistema di raccolta e trattamento delle acque reflue. Pozzi neri non a tenuta, fosse settiche mal dimensionate o non manutenute, scarichi dispersi nel terreno: in un’area come il Matese, caratterizzata da substrati calcarei ad alta permeabilità e da una rete idrogeologica sotterranea estesa e complessa, il rischio di contaminazione delle falde acquifere è reale. È un danno che si accumula silenziosamente, difficile da quantificare perché non esiste un censimento sistematico di questi edifici né un monitoraggio delle falde in relazione ad essi. Il territorio che la legge voleva proteggere porta oggi i segni di quella protezione mancata.

Cosa c’entra con il Parco Nazionale del Matese

Oggi il contesto è diverso. La legge quadro sui parchi nazionali (L. 394/1991), nata anche come risposta ai guasti prodotti da norme come la Galasso, ha costruito un sistema più articolato: prevede un Piano del Parco, un Regolamento, un Piano Pluriennale di Sviluppo Economico e Sociale. Prevede cioè non solo i vincoli, ma anche gli strumenti per gestirli e per accompagnare lo sviluppo locale.

Il problema è che nessuno di questi strumenti esiste ancora. Il decreto del 22 aprile 2025 ha istituito il Parco in via provvisoria, con norme di salvaguardia transitorie e un Comitato di gestione provvisoria nominato nell’agosto 2025. Il Piano del Parco — l’atto che definisce cosa si può fare, dove e come — non c’è. Il Regolamento non c’è. Il Piano di Sviluppo Economico e Sociale non c’è.

La legge 394/1991 non fissa termini perentori con sanzioni per la mancata adozione di questi strumenti. Molti parchi nazionali italiani hanno impiegato decenni per dotarsi di un Piano definitivo. Alcuni non lo hanno ancora.

La differenza rispetto al 1985

A differenza della Galasso, il regime attuale del Parco Nazionale del Matese non vieta in modo assoluto qualsiasi opera. Le misure di salvaguardia provvisorie si applicano per zone, con intensità diverse. Ma “provvisorio” può diventare permanente per inerzia istituzionale — ed è esattamente quello che accadde quarant’anni fa.

Il rischio del territorio-fondale

C’è un rischio ulteriore, meno visibile ma altrettanto concreto: che il Matese diventi paesaggio da contemplare più che luogo da abitare e lavorare. La valorizzazione turistica di un’area protetta porta visitatori, ma i benefici economici non restano necessariamente sul territorio. Chi ha capitali e competenza per muoversi nella burocrazia dei bandi e delle concessioni può aprire strutture ricettive di qualità. Chi ha radici ma non ha quelle competenze rischia di restare spettatore di una trasformazione che teoricamente lo riguarda ma praticamente lo esclude.

Non è una certezza. È un rischio. La differenza tra le due cose dipende dalla qualità degli strumenti che verranno costruiti nei prossimi anni e dalla capacità delle comunità locali di partecipare attivamente a quella costruzione.

Né ottimismo ingenuo né pessimismo paralizzante

Sarebbe sbagliato leggere questo articolo come una condanna del Parco Nazionale del Matese. Le aree protette, quando funzionano, portano benefici reali: presidio ambientale, risorse finanziarie, visibilità internazionale, incentivi per l’agricoltura biologica e l’agriturismo sostenibile. L’articolo 3 del decreto istitutivo contiene elementi incoraggianti: riconosce le attività agro-silvo-pastorali tradizionali, promuove il turismo lento, prevede agevolazioni per i comuni interamente compresi nel perimetro.

Ma le buone intenzioni scritte in un decreto non si traducono automaticamente in realtà. Richiedono attuazione, tempi certi, risorse, e soprattutto richiedono che le comunità locali abbiano voce in capitolo nella fase in cui quegli strumenti vengono costruiti.

Il decreto Galasso non fu una cattiva legge in senso assoluto. Salvò davvero parti del paesaggio italiano che altrimenti sarebbero state compromesse. Ma il modo in cui fu applicata — e soprattutto il modo in cui non fu seguita dagli strumenti attuativi — inflisse un danno reale a molti territori già vulnerabili.

Ricordarlo non è nostalgia. È una forma di vigilanza civile.

Quarant’anni dopo, mentre il Matese avvia il suo percorso verso la piena istituzione del Parco Nazionale, una domanda rimane aperta: chi vivrà abbastanza a lungo da vedere approvato il Piano del Parco, il Regolamento, il Piano di Sviluppo Economico e Sociale? E cosa accadrà nel frattempo a chi su questo territorio lavora, costruisce, alleva, coltiva?

Se avete vissuto direttamente gli effetti del decreto Galasso su questo territorio, o se avete riflessioni sul percorso attuale del Parco, scriveteci: scrivici dalla pagina contatti. La memoria collettiva di un territorio è una risorsa preziosa quanto i suoi boschi e i suoi sentieri.

Redazione matese.bike

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