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L’occhio lungo. Perché i motociclisti leggono il territorio meglio di quanto si pensi

L’occhio lungo. Perché i motociclisti leggono il territorio meglio di quanto si pensi

Memoria e Territorio — Visione

Dal Pacifico al Matese: quando un fenomeno globale rivela chi conosce davvero un territorio — e chi no.

Nelle ultime settimane circolano notizie su El Niño. Non il solito aggiornamento meteorologico di stagione: gli scienziati parlano di un ciclo potenzialmente paragonabile a quello del 1877-78, il più intenso mai registrato, quello che alterò le precipitazioni su scala planetaria e contribuì a carestie che causarono decine di milioni di vittime. Oggi i modelli climatici indicano per l’estate e l’autunno 2026 precipitazioni oltre la norma sull’Europa meridionale e sul Mediterraneo — non distribuite, ma concentrate e violente, nei passaggi tra le ondate di calore e le perturbazioni atlantiche.

Per chi abita o pratica il Matese, questo non è notizia astratta. È la cornice globale di qualcosa che qui si conosce bene: la velocità con cui un versante argilloso satura, la rapidità con cui un impluvio si trasforma in canale di deflusso, la differenza tra una pioggia che il bosco assorbe e una che lo scavalca. Fenomeni ciclici, prevedibili nella loro natura — anche se non nella loro data esatta — che questo territorio ha già vissuto, più volte, e che una rete di monitoraggio adeguata aiuterebbe a leggere in anticipo.

Ma questo articolo non è sulla meteorologia. È su chi conosce il territorio. E su un paradosso che vale la pena nominare.

Una competenza non riconosciuta

Esiste una categoria di persone che percorre sistematicamente territori montani complessi, su tracciati non asfaltati, in condizioni variabili, su distanze che in una singola giornata coprono versanti, fondovalle, crinali, boschi e aree aperte. Persone che sviluppano, nel tempo, una lettura del territorio che non è puntuale — come quella dell’escursionista o del naturalista stazionario — ma sistemica, connettiva, capace di vedere relazioni tra luoghi che su una carta sembrano lontani ma che la ruota unisce in una sequenza logica.

Stiamo parlando dei motociclisti adventure e trail. Di chi percorre le white roads, gli sterrati forestali, i tratturi. Di chi sa, dopo anni di uscite sullo stesso massiccio, dove il fondo cambia dopo una settimana di pioggia, dove la pista diventa impraticabile a maggio e perché, dove una sorgente che in agosto era attiva a settembre non c’era più, dove il bosco è sano e dove invece mostra i segni di qualcosa che non va.

Questa conoscenza esiste. È distribuita, informale, non certificata. E viene sistematicamente ignorata dai processi istituzionali di gestione e tutela del territorio.

Una questione di scala

Un escursionista conosce bene un sentiero. Un naturalista conosce bene una specie o un habitat. Un amministratore locale conosce bene i confini del proprio comune. Il motociclista che percorre regolarmente un massiccio come il Matese conosce le connessioni tra tutto questo — e le conosce in movimento, nel tempo, in condizioni diverse. È una forma di conoscenza che la scienza chiama osservazione distribuita: non sostituisce il dato strumentale, ma lo anticipa, lo orienta, lo contestualizza.

Il Matese come caso

Il Matese è un massiccio carbonatico tra Campania e Molise, appena diventato Parco Nazionale con decreto ministeriale del 22 aprile 2025. Un territorio che alimenta falde idriche di rilevanza regionale, che ospita habitat prioritari ai sensi della Direttiva europea, che contiene borghi in progressivo spopolamento e infrastrutture rurali in abbandono. Un territorio che — come abbiamo documentato in questa stessa sede — ha una storia idraulica densa di eventi gravi e una rete di monitoraggio del tutto inadeguata rispetto alla sua complessità.

Su questo territorio operano, con continuità e profonda familiarità, comunità di motociclisti adventure. Gruppi come Eroici in Moto, con il loro radicamento nei percorsi del Matese, rappresentano l’esempio più vicino a noi — ma il fenomeno è strutturale, non locale. Ogni gruppo organizzato che percorre regolarmente un territorio montano su moto trail o enduro accumula, nel tempo, una mappa mentale del territorio che nessuna stazione di rilevamento fissa può produrre.

Non è romanticismo. È una questione pratica: le stazioni fisse misurano dove sono posizionate. Il motociclista misura dove passa — e passa ovunque.

L’antagonismo che non ha ragione di esistere

La narrativa corrente tende a posizionare i fruitori motorizzati del territorio come una categoria potenzialmente dannosa, da regolamentare, limitare, tenere a distanza dai luoghi sensibili. Ci sono casi in cui questa preoccupazione è legittima. Ma l’assolutizzazione di questo schema produce un effetto collaterale che nessuno sembra voler calcolare: esclude dal perimetro della tutela una fonte di conoscenza territoriale che non ha equivalenti.

Un motociclista che percorre uno sterrato forestale sul Matese e nota che il fondo è ceduto in un tratto che l’anno prima era stabile, che una sorgente laterale è diventata torbida dopo le piogge di ottobre, che in una certa vallata il bosco mostra segni di disseccamento anomalo — quel motociclista sta producendo osservazioni che un ente di gestione dovrebbe voler raccogliere, non ignorare.

Il Parco Nazionale del Matese, nella sua fase costitutiva, ha davanti una scelta. Può costruire un rapporto con queste comunità basato sulla diffidenza e sulla regolamentazione restrittiva. Oppure può riconoscere che esiste una competenza distribuita sul territorio, maturata in anni di pratica, che potrebbe diventare una risorsa per la gestione — se si crea il canale giusto per raccoglierla.

Cosa significherebbe in concreto

Non stiamo parlando di dare ai motociclisti un ruolo istituzionale che non gli appartiene. Stiamo parlando di qualcosa di molto più semplice: canali strutturati di segnalazione, protocolli di osservazione condivisa, riconoscimento formale del valore delle osservazioni distribuite nel tempo. La citizen science applicata alla mobilità slow-motorizzata esiste già in altri contesti europei. Non è un’invenzione — è una pratica che aspetta di essere adottata.

Il tempo che stringe

El Niño non aspetta che le istituzioni si organizzino. I cicli climatici hanno la loro periodicità indipendente dai calendari amministrativi. Se le proiezioni attuali si confermano, l’autunno 2026 potrebbe portare sul Matese precipitazioni concentrate e intense su un territorio che — lo abbiamo documentato — non ha infrastrutture di monitoraggio adeguate e non ha una rete di osservatori locali formalizzata.

In questo contesto, la domanda non è se i motociclisti abbiano diritto a percorrere il territorio. La domanda è se il territorio possa permettersi di ignorare quello che i motociclisti già sanno.

La risposta, crediamo, è no.

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Questa riflessione si intreccia con la serie Matese e l’acqua, che documenta la storia idraulica del massiccio e le lacune del sistema di monitoraggio attuale. E con la proposta di collaborazione con il Parco Nazionale del Matese per un progetto di citizen science basato su tracciati GPS e osservazioni di campo.

Il Matese si conosce percorrendolo. Non esiste altro modo. E chi lo percorre — con qualsiasi mezzo, con qualsiasi obiettivo — porta con sé una conoscenza che vale. La questione è decidere se raccoglierla o sprecarla.

Redazione matese.bike

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