ANALISI · DOCUMENTAZIONE TECNICA
Il valore naturalistico del Matese è reale e documentato. Ma quarant’anni di blocchi normativi sovrapposti hanno già prodotto una contrazione della pastorizia che danneggia le stesse specie che il Parco dichiara di voler tutelare. I dati lo dimostrano. La stasi del PNM aggraverebbe un paradosso già in atto.
Trent’anni di storia in sette tappe
Il Parco Nazionale del Matese non nasce il 22 aprile 2025. La sua storia ha radici negli anni Ottanta e attraversa quattro decenni di vincoli sovrapposti, rinvii istituzionali e pressioni giuridiche. Comprendere questa linea temporale è necessario per leggere correttamente i dati sulla pastorizia e sulla fauna: quello che i numeri registrano nel 2020 non è il risultato di un singolo intervento normativo, ma l’effetto cumulato di blocchi reiterati su un territorio che non ha mai avuto il tempo di riprendersi.
Linea temporale — I blocchi normativi sul territorio del Matese
1985 — La Legge n. 431 dell’8 agosto 1985 (cosiddetta «Legge Galasso») sottopone a vincolo paesaggistico, su tutto il territorio nazionale, quattro categorie oggettive rilevanti per il Matese: le montagne per la parte eccedente i 1.200 metri per la catena appenninica; i territori coperti da foreste e boschi a qualsiasi quota; le aree gravate da usi civici; i fiumi, torrenti e corsi d’acqua con fascia di 150 metri per sponda. Sul Matese queste quattro categorie si sovrappongono sull’intero sistema agro-pastorale tradizionale: pascoli storici, boschi di faggio, aree di uso civico, aree riparie. Primo blocco strutturale.
1993 — La Regione Campania istituisce il Parco Regionale del Matese con la Legge Regionale n. 33 del 1° settembre 1993. Il parco non entra in funzione per mancata approvazione delle norme attuative. Nasce un limbo normativo: il territorio è formalmente vincolato, ma senza strumenti di gestione e senza risorse. Secondo blocco.
2000 — Il Piano Territoriale Paesistico del Matese viene approvato con Decreto del Ministero per i Beni e le Attività Culturali del 4 settembre 2000 (GU n. 254 del 30 ottobre 2000). Si aggiunge uno strato prescrittivo ulteriore sulle stesse aree già vincolate dalla Galasso. Il PTP introduce norme specifiche sulle attività agro-silvo-pastorali nel versante campano. Terzo blocco.
2002 — Il Parco Regionale del Matese diventa operativo con DGR Campania n. 1407 del 12 aprile 2002, su circa 33.000 ettari nel solo versante campano. Quarto strato normativo. Il versante molisano resta privo di strumenti di gestione ma non di vincoli Galasso. Quarto blocco.
2016-2017 — La Legge 27 dicembre 2017 n. 205 inserisce il PNM nell’elenco dei parchi nazionali da istituire e stanzia le prime dotazioni finanziarie. Inizia un iter istruttorio che durerà altri sette anni. Sul territorio si apre un nuovo limbo: né protetto con strumenti attivi, né libero dall’incertezza giuridica. Gli investimenti nel settore agro-pastorale si bloccano ulteriormente. Quinto blocco.
Ottobre 2024 — Il TAR del Lazio, accogliendo il ricorso di Italia Nostra, ordina al MASE di provvedere entro 180 giorni alla delimitazione provvisoria e alle misure di salvaguardia, pena commissariamento.
Aprile 2025 — Il 22 aprile il Ministro Gilberto Pichetto Fratin firma il DM di perimetrazione e zonazione provvisorie del PNM (GU n. 106 del 9 maggio 2025). La relazione tecnica finale di ISPRA era stata prodotta il 15 aprile — sette giorni prima. Sesto strato normativo in quarant’anni.
Oggi — Il DPR di istituzione definitiva non è ancora stato avviato. La fase provvisoria non ha scadenza definita. Il territorio attende.
Sei anni tra un blocco e l’altro non bastano a produrre ripresa. Ogni nuovo vincolo si è depositato su un sistema agro-pastorale già indebolito dal precedente. Il 7° Censimento Generale dell’Agricoltura del 2020 ne registra il risultato: non il danno di un singolo intervento, ma l’effetto cumulato di quarant’anni di compressione normativa senza strumenti attivi di compensazione.
Il decreto è stato firmato sette giorni dopo la relazione tecnica finale di ISPRA, in ottemperanza a una sentenza del TAR. Sesto blocco in quarant’anni su un territorio che non ha mai avuto il tempo di riprendersi.
Le basi scientifiche: cosa c’è e come è stato misurato
Il valore naturalistico del Matese non è una narrazione associativa: è documentato da strumenti tecnici ufficiali, da decenni di ricerca sul campo e da una rete di siti Natura 2000 istituiti su base puramente scientifica. Questi elementi costituiscono il fondamento legittimo del decreto. La questione che questo articolo solleva non riguarda il valore del territorio, ma la sua traduzione cartografica.
La Carta della Natura e il Sistema ISPRA
Lo strumento tecnico centrale nella perimetrazione dei parchi nazionali italiani è la Carta della Natura, progetto istituzionale di ISPRA previsto dalla Legge quadro sulle aree protette n. 394/1991. Il sistema produce tre strati informativi sovrapposti: la Carta degli Habitat (distribuzione e tipologia degli ecosistemi), la Carta del Valore Ecologico (qualità naturalistica degli habitat) e la Carta del Rischio Ecologico (vulnerabilità alle pressioni antropiche). Dalla combinazione del Valore Ecologico con la Pressione Antropica si ricava la Fragilità Ambientale, il parametro sintetico che orienta la perimetrazione e la zonazione.
Sono esattamente questi gli indicatori — valore ecologico, sensibilità ambientale, pressione antropica — citati nel DM 22 aprile 2025 come base della proposta tecnica ISPRA. Il decreto non è arbitrario: è il prodotto di una metodologia scientifica consolidata, applicata da ISPRA con supporto di ortofoto e immagini satellitari.
Il punto critico è un altro: questa metodologia produce una zonazione a scala 1:85.000, pubblicata in formato PDF. Né ISPRA né il MASE hanno reso disponibili i dati vettoriali della zonazione in formato aperto e interoperabile. La Carta della Natura è uno strumento scientifico robusto; la sua traduzione in confini giuridicamente vincolanti, verificabili a livello di singola proprietà o di singola attività produttiva, è una questione distinta e non ancora risolta.
I dodici siti Natura 2000
Il decreto cita esplicitamente la presenza di dodici siti Natura 2000 all’interno del perimetro PNM come elemento tecnico di supporto. Tra questi figura il sito IT8010013 — Matese Casertano, istituito ai sensi della Direttiva Habitat 92/43/CEE. La designazione dei siti Natura 2000 è, per definizione, un processo puramente scientifico basato su criteri europei standardizzati: la presenza di habitat e specie elencati negli Allegati I e II della Direttiva Habitat, e la presenza di specie dell’Allegato I della Direttiva Uccelli. Non è un atto politico. Questi dodici siti costituiscono quindi una base documentale preesistente e indipendente dalla pressione associativa.
I siti Natura 2000 come indicatori scientifici
La rete Natura 2000 è lo strumento principale della politica europea per la conservazione della biodiversità. I criteri di selezione dei siti sono fissati dall’Allegato III della Direttiva Habitat e il processo di scelta è puramente scientifico: vengono selezionati i siti che ospitano habitat prioritari (contrassegnati con asterisco negli allegati europei) e specie di interesse comunitario. La presenza di dodici siti Natura 2000 nel perimetro PNM — designati negli anni Novanta e Duemila, ben prima dell’istituzione del parco — rappresenta una validazione scientifica indipendente del valore naturalistico del territorio.
Fonte: MASE, Rete Natura 2000; Regione Campania, Piani di Gestione Rete Natura 2000.
Le specie: documentazione scientifica e verifica della coerenza con la zonazione
Il territorio del Matese ospita alcune delle specie più significative dell’Appennino meridionale. La loro presenza è documentata da ricerche di campo, monitoraggi ISPRA e formulari Natura 2000. Ciascuna di queste specie ha requisiti ecologici precisi — dimensione del territorio vitale, tipo di habitat, distanza dall’antropizzazione — che offrono un parametro di verifica indipendente rispetto alla zonazione del decreto.
Aquila reale (Aquila chrysaetos)
L’aquila reale nidifica nel massiccio del Matese con presenze documentate nella Valle dell’Inferno, nel versante casertano, dove le pareti calcaree della gola offrono siti di nidificazione ideali. È una specie inserita nell’Allegato I della Direttiva Uccelli, che impone la designazione di Zone di Protezione Speciale nei territori più idonei alla sua conservazione.
L’aquila reale è un indicatore ecologico stringente: nidifica esclusivamente su pareti rocciose inaccessibili, caccia su territori vitali di ampiezza variabile tra i 50 e i 200 km² a seconda della disponibilità di prede, ed è estremamente sensibile al disturbo antropico durante il periodo riproduttivo (febbraio-luglio). La sua presenza stabile nell’area documenta l’esistenza di una porzione di territorio con caratteristiche di bassa antropizzazione strutturale.
La domanda editorialmente rilevante è: questa porzione coincide geograficamente con la Zona 1 del decreto? I poligoni della zonazione includono effettivamente le aree di nidificazione e caccia dell’aquila, o le attraversano in modo approssimativo? Non esiste ancora una risposta documentata, perché nessuno ha sovrapposto i dati di presenza dell’aquila alla zonazione vettoriale del decreto.
Lupo appenninico (Canis lupus italicus)
Il lupo appenninico è presente sul Matese con avvistamenti regolari documentati nei comuni di Letino e Gallo Matese, e con tracce rilevate sull’intero massiccio. Il Matese ha un ruolo ecologico specifico e documentato: è il nodo di connessione tra l’Appennino centrale — in particolare il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise — e l’Appennino meridionale. Questa funzione di corridoio biologico è riconosciuta dalla Rete Ecologica Campana e citata esplicitamente nel decreto come elemento di tutela (Art. 3, connessione ecologica).
ISPRA ha avviato il monitoraggio nazionale del lupo con il primo ciclo 2020-2021, applicando protocolli standardizzati. Il territorio appenninico meridionale — Campania e Molise incluse — era stato identificato come area prioritaria di campionamento per la mancanza di dati pregressi strutturati. Il lupo è una specie territoriale: ogni branco occupa un’area relativamente stabile tra i 70 e i 250 km² sull’Appennino. La presenza di branchi stanziali sul Matese implica l’esistenza di habitat continui, non frammentati, con disponibilità di ungulati selvatici — capriolo (reintrodotto nel 2008), daino, cinghiale.
Anche qui la domanda si pone: i corridoi biologici del lupo coincidono con le aree classificate Zona 1? O la zonazione ha tracciato confini che frammentano le connessioni ecologiche che il decreto stesso dichiara di voler tutelare?
Gatto selvatico (Felis silvestris silvestris)
Il gatto selvatico europeo è presente lungo tutta la dorsale appenninica centro-meridionale, con popolazioni documentate in Campania, Molise e Abruzzo. È una specie strettamente forestale: frequenta i boschi di latifoglie maturi — querceti, faggete, castagneti — con abbondante lettiera e sottobosco denso. La sua presenza sul territorio è un indicatore ecologico di grande valore: dove vive il gatto selvatico, la foresta è in buono stato di conservazione.
La sottospecie appenninica è particolarmente vulnerabile all’ibridazione con il gatto domestico, fenomeno che cresce in prossimità degli insediamenti umani. Le aree di presenza stabile del gatto selvatico tendono quindi a coincidere con le fasce forestali più distanti dall’antropizzazione — che in linea teorica dovrebbero corrispondere alla Zona 1 del decreto.
La verifica di questa corrispondenza non è mai stata condotta in forma sistematica per il Matese. I dati di presenza del gatto selvatico sono frammentari e non georeferenziati con la precisione necessaria per un confronto con la zonazione a scala cartografica.
Le faggete: habitat prioritario europeo
Le faggete del Matese sono classificate come habitat prioritario ai sensi della Direttiva Habitat (codici 9210* e 9220* — faggete degli Appennini con Abies alba e faggete dell’Appennino meridionale). L’asterisco indica la priorità europea: sono habitat rari a livello continentale, la cui conservazione è ritenuta particolarmente urgente. Le faggete appenniniche occupano la fascia altitudinale tra i 900 e i 1900 metri e sono l’ecosistema dominante nei versanti orientali del Matese.
La relazione tra le faggete e la zonazione è teoricamente lineare: le faggete mature, distanti dagli insediamenti, dovrebbero rientrare in Zona 1. Ma la cartografia in PDF non permette di verificare se questo avviene effettivamente, e soprattutto se i margini delle faggete — le zone di transizione tra bosco maturo e aree agricole o pascolive — siano stati classificati correttamente come Zona 1 o Zona 2.
La domanda che nessuno ha ancora risposto
Il quadro che emerge da questa ricognizione è il seguente. Il valore naturalistico del Matese è reale, documentato e scientificamente solido. La presenza di aquila reale, lupo, gatto selvatico e faggete prioritarie non è una narrazione: è il risultato di decenni di ricerca sul campo, di monitoraggi ISPRA e di designazioni Natura 2000 basate su criteri europei verificabili.
La metodologia ISPRA per la perimetrazione e la zonazione è consolidata: Carta della Natura, valore ecologico, sensibilità ambientale, pressione antropica. Non è una procedura arbitraria.
Ma tra la solidità della base scientifica e la correttezza della sua traduzione cartografica c’è uno spazio non verificato. Le definizioni normative del decreto — «inesistente o minimo grado di antropizzazione» per la Zona 1, «limitato» per la Zona 2 — sono descrizioni qualitative che devono essere verificate geograficamente, poligono per poligono, rispetto alla realtà del territorio.
Questa verifica non è stata fatta. Non da ISPRA, che ha prodotto la zonazione ma non l’ha resa disponibile in formato vettoriale aperto. Non dal MASE, che ha pubblicato solo un PDF. Non dalle associazioni ambientaliste, che hanno salutato il decreto senza analizzarne i dettagli cartografici. Non dagli enti locali, che hanno discusso i confini del perimetro ma non la classificazione interna delle zone.
Nessuno ha verificato se la Zona 1 del decreto corrisponde geograficamente alle aree di nidificazione dell’aquila reale, ai corridoi del lupo, alle faggete prioritarie. La zonazione esiste solo in PDF.
Esistono situazioni documentate di possibile incoerenza. Alcune aree classificate Zona 1 — con regime di «inesistente o minimo grado di antropizzazione» — includono tracciati di strade forestali percorse da decenni, pascoli storici utilizzati continuativamente, strutture rurali attive. Non necessariamente questo invalida la classificazione: la definizione del decreto include anche il valore «agricolo e storico culturale», che potrebbe giustificare la Zona 1 anche in presenza di alcune forme di antropizzazione tradizionale. Ma questa lettura richiede una verifica geografica puntuale, non un’interpretazione normativa astratta.
La pastorizia: quarant’anni di compressione documentati dai censimenti
Ottenere i dati sulla pastorizia nei comuni del Parco Nazionale del Matese non è stato semplice. L’estrazione dei dati dal 7° Censimento Generale dell’Agricoltura ISTAT ha richiesto l’accesso diretto alle tavole nazionali disaggregate per regione — file non immediatamente accessibili né indicizzati in modo da consentire una ricerca diretta. Il lavoro di ricerca, verifica e confronto delle fonti ha impegnato risorse considerevoli. Il risultato è il primo quadro quantitativo disponibile pubblicamente che metta in relazione i dati zootecnici regionali con il contesto normativo del PNM.
Dati allevamenti ovini e caprini — Campania e Molise a confronto
Fonte: ISTAT, 7° Censimento Generale dell’Agricoltura, Tavole 21 e 22, dato al 1° dicembre 2020.
Campania — Variazione 2010→2020:
Bovini: aziende −34,1%, capi −12,7%
Ovini: aziende +1,8%, capi +2,0% (sostanzialmente stabile)
Caprini: aziende +19,9%, capi +10,1%
Densità ovina al 2020:
Campania: 13,6 capi/km² · Molise: 14,2 capi/km²
Rapporto: 1,04 — praticamente identico
Variazione Molise ovini 2010→2020 (stima):
Da ~105.000 capi stimati nel 2010 a 63.107 nel 2020 → circa −40%
Il dato 2010 Molise non è disponibile nel file ISTAT nazionale — la variazione è stimata su fonti Regione Molise 2011.
Il dato più significativo non è la variazione decennale — è la convergenza. Campania e Molise, pur con regimi vincolistici attuativi differenti (il versante campano ha avuto il PTP del Matese dal 2000; il Molise non ha mai approvato un Piano Paesaggistico Regionale), mostrano al 2020 una densità ovina quasi identica. Questo indica che i fattori strutturali — invecchiamento dei conduttori, crisi economica del settore, abbandono dei borghi montani, mancanza di investimenti — hanno pesato più delle differenze normative regionali.
Ma questa convergenza verso il basso non è neutra: è il risultato di quarant’anni di compressione cumulata su entrambi i versanti. La Legge Galasso ha applicato i suoi vincoli per categorie oggettive — boschi, usi civici, fasce fluviali, quota sopra i 1.200 metri — su tutto il territorio, indipendentemente dalla regione. Ogni blocco successivo si è depositato su un sistema già indebolito. La lenta ripresa che i dati campani mostrano tra il 2010 e il 2020 per ovini e caprini — +2% e +10% di capi rispettivamente — è il segnale che il sistema non era morto, ma cercava di respirare. Il nuovo blocco introdotto dal decreto del 2025, se non accompagnato da strumenti attivi di gestione delle attività tradizionali, rischia di soffocare questa fragile ripresa prima ancora che produca effetti stabili.
Il paradosso: tutelare le specie bloccando ciò che le sostiene
Il decreto del 22 aprile 2025 dichiara esplicitamente tra le sue finalità la tutela di aquila reale, lupo appenninico, gatto selvatico, lanario, gracchio corallino. Sono le specie citate nel documento tecnico ISPRA del dicembre 2018, rilevate nei formulari Natura 2000 dei dodici siti compresi nel perimetro, documentate da decenni di osservazione sul campo. Il loro valore scientifico è indiscutibile.
Ma la letteratura scientifica internazionale raccolta nel corso di questa ricerca documenta un dato che il decreto non considera: queste specie dipendono strutturalmente dagli habitat aperti mantenuti dalla pastorizia. Non la tollerano nonostante l’attività umana. Ne dipendono grazie a essa.
La ricerca sulle popolazioni alpine di aquila reale dimostra che la perdita di praterie a favore del bosco — conseguenza diretta dell’abbandono pastorale — riduce il successo riproduttivo delle coppie nidificanti. Il gracchio corallino si alimenta esclusivamente nei pascoli: dove scompare il pascolo, scompare il gracchio. Il gatto selvatico predilige gli ecotoni bosco/pascolo; la sua vulnerabilità all’ibridazione aumenta nelle aree periurbane e nei borghi abbandonati. Il lupo, in assenza di ungulati domestici accessibili, dipende dal cinghiale — ma il cinghiale in sovrappopolazione distorce le dinamiche predatore/preda verso equilibri meno stabili.
E il cinghiale è precisamente la specie che prospera nell’abbandono: si espande nei boschi abbandonati, ai margini delle aree agricole dismesse, negli insediamenti rurali svuotati. Non ha predatori efficaci in assenza di lupo stabile. Il Comitato di gestione provvisoria del PNM ha già dovuto autorizzare, nel febbraio 2026, l’installazione di gabbie di cattura e prelievi da punti fissi con 14 coadiutori per il solo Comune di Morcone. Il problema è già presente, prima ancora che il parco sia formalmente istituito.
Specie avvantaggiate e svantaggiate dalla stasi e dall’abbandono pastorale
Avvantaggiate dall’abbandono e dalla stasi normativa:
Cinghiale (Sus scrofa) — espansione documentata, già oggetto di interventi di contenimento nel PNM. Corvidi opportunisti. Specie vegetali invasive che colonizzano i pascoli abbandonati.
Danneggiate dall’abbandono pastorale — specie che il decreto dichiara di tutelare:
Aquila reale (Aquila chrysaetos) — dipendente dagli habitat aperti; ultimo avvistamento certificato sul Matese: 2012, 14 anni fa.
Gracchio corallino (Pyrrhocorax pyrrhocorax) — si alimenta esclusivamente nei pascoli; indicatore primario dell’abbandono.
Lanario (Falco biarmicus) — specie rupicola e di habitat aperto.
Lupo appenninico (Canis lupus italicus) — instabilità dell’equilibrio predatore/preda in assenza di ungulati domestici.
Gatto selvatico (Felis silvestris silvestris) — vulnerabilità all’ibridazione aumenta con l’abbandono degli insediamenti rurali.
Fonti: letteratura scientifica su aquila reale e pastorizia (studi sulle popolazioni alpine europee, 31 anni di dati su occupazione dei territori e successo riproduttivo); documento ISPRA dicembre 2018 «Analisi delle valenze ambientali dell’area di interesse per l’istituzione del PNM»; formulari Natura 2000 siti IT8010013 e IT8010026; nulla osta Comitato di gestione provvisoria PNM, febbraio 2026.
Il decreto tutela le specie che dipendono dalla pastorizia bloccando la pastorizia. Favorisce il cinghiale mentre dichiara di tutelare il lupo. Questo non è un giudizio: è la conclusione che emerge dalla sovrapposizione dei dati disponibili.
Il paradosso non è voluto: è il risultato di un processo costruito per strati normativi successivi, ciascuno dei quali ha ignorato l’effetto dei precedenti. La Galasso non ha considerato la pastorizia. Il Parco Regionale non ha attivato strumenti di gestione. Il decreto del 2025 è stato firmato in sette giorni su dati del 2018, senza una verifica cartografica della zonazione e senza un piano di gestione delle attività tradizionali. Il territorio ha pagato ogni volta il prezzo di questa mancanza di visione sistemica.
La via d’uscita: un parco che funzioni, non un vincolo che si accumula
Questo articolo non è un atto di opposizione al Parco Nazionale del Matese. È il contrario: è la documentazione di perché un parco che non funziona è peggio di nessun parco.
Un PNM che rimane in fase provvisoria indefinita, senza DPR, senza piano di gestione, senza strumenti attivi di sostegno alle attività tradizionali, produce esattamente gli effetti che abbiamo documentato: abbandono accelerato, contrazione della pastorizia, espansione del cinghiale, pressione sulle specie che dipendono dagli habitat aperti. La stasi non è neutrale. La stasi è un danno.
La via d’uscita esiste ed è documentabile. Un parco nazionale che funziona può essere — e in molti casi è stato — lo strumento che inverte la curva dell’abbandono. I parchi che hanno avuto successo in Italia e in Europa hanno attivato misure di sostegno diretto alle attività agro-silvo-pastorali tradizionali, riconoscendo il loro ruolo nella conservazione degli habitat. Hanno finanziato la permanenza dei pastori nelle aree di alta quota. Hanno prodotto marchi di qualità che hanno dato valore economico ai prodotti delle aziende zootecniche interne al perimetro. Hanno trasformato il vincolo in opportunità.
Il Matese ha le condizioni per farlo. Ha un patrimonio naturalistico documentato di valore europeo. Ha comunità che ancora presidiano il territorio, anche se con numeri in contrazione. Ha un sistema agro-pastorale che — come mostrano i dati ISTAT — non è collassato, ma sta cercando di riprendersi. Ha un massiccio che, secondo la ricerca scientifica disponibile, ospita ancora aquila reale, lupo, gatto selvatico, gracchio corallino.
Ma ha anche una zonazione definita in sette giorni, non ancora verificata geograficamente, pubblicata solo in PDF, costruita su dati del 2018. E ha un DPR ancora non avviato.
La soluzione non è rallentare ulteriormente. È accelerare — ma nell’ordine giusto: verificare la zonazione, aprire il confronto con le comunità residenti, produrre strumenti di gestione che trasformino il vincolo in risorsa. Un parco ancorato alla realtà del territorio è uno strumento potente. Un vincolo che si accumula su vincoli precedenti è un danno che si autoalimenta.
matese.bike sta contribuendo al primo passaggio: la verifica cartografica della zonazione. È un lavoro tecnico, paziente, che richiede risorse e tempo. Ma è il lavoro che nessuno ha ancora fatto, e che è necessario fare prima di qualsiasi altro ragionamento.
Nota sulla metodologia di questa ricerca
La documentazione raccolta in questo articolo è il risultato di un lavoro di ricerca esteso e impegnativo. L’accesso ai dati ISTAT del 7° Censimento Generale dell’Agricoltura ha richiesto l’individuazione e l’elaborazione di file non immediatamente accessibili tramite ricerca ordinaria. La letteratura scientifica sulla correlazione tra pastorizia e presenza dell’aquila reale è stata recuperata da banche dati internazionali. I formulari Natura 2000 e i documenti tecnici ISPRA sono stati localizzati e verificati uno per uno. Nessuno di questi dati era disponibile in forma aggregata e confrontabile: è stato necessario costruire il quadro pezzo per pezzo. Questo è esattamente il tipo di lavoro che matese.bike intende svolgere sistematicamente per il territorio del Matese.
Cosa sta facendo matese.bike
Per poter soddisfare le sue esigenze nello stabilre la possibilità reale di percorrere il territorio del PNM matese.bike ha avviato la digitalizzazione vettoriale della zonazione del PNM a partire dalla cartografia allegata al decreto, georeferenziata e caricata in QGIS 3.44 in proiezione EPSG:32633. Il metodo — digitalizzazione diretta di Zona 1 e Zona 3, derivazione di Zona 2 per differenza geometrica — produce un layer vettoriale che per la prima volta rende la zonazione verificabile geograficamente, sovrapposta a dati di territorio reali: strade forestali, copertura del suolo, confini delle ZSC, dati altimetrici.
I risultati di questo lavoro saranno pubblicati progressivamente nell’articolo work-in-progress dedicato alla zonazione, con aggiornamenti datati e mappe interattive. Quando la copertura sarà sufficiente, sarà possibile rispondere con dati verificabili alle domande che questo articolo ha posto: la Zona 1 corrisponde alle aree di presenza dell’aquila? I corridoi del lupo sono inclusi nei poligoni di massima protezione? Le faggete prioritarie ricadono integralmente nella zona di maggiore tutela?
Non si tratta di contestare il valore del parco. Si tratta di verificare che lo strumento normativo che dovrebbe tutelarlo sia costruito con la precisione che le comunità residenti — e le specie che lo abitano — meritano.
Fonti e riferimenti
DM 22 aprile 2025, GU n. 106 del 9 maggio 2025 (25A02618) — testo integrale del decreto.
ISPRA, «La strategia del monitoraggio nazionale del lupo» — metodologia e protocolli.
ISPRA, «Carta della Natura: strumento di conoscenza e valutazione del territorio» — metodologia di perimetrazione parchi.
MASE, Rete Natura 2000 — criteri scientifici di designazione siti.
Regione Campania, Piani di Gestione Rete Natura 2000 — sito IT8010013 Matese Casertano.
MASE, Quaderni Habitat n. 15 — faggete appenniniche, habitat prioritari 9210* e 9220*.
Parco Regionale del Matese — documentazione faunistica (lupo, aquila reale, gatto selvatico, lanario, falco pellegrino).
Wikipedia, Parco Nazionale del Matese — linea temporale e tappe istitutive.
ISTAT, «La demografia delle aree interne», luglio 2024 — classificazione SNAI dei comuni PNM.
matese.bike · Redazione
Articolo pubblicato: maggio 2026.
