Oltre il Fango: Verità Territoriali
Per un decennio, dal 1861 al 1870, 88 bande armate operarono su mille chilometri quadrati di montagna. Non erano criminali comuni. Erano il sintomo di un patto sociale spezzato.
Un numero che dice tutto: 88 bande in dieci anni
Esiste un dato che sintetizza meglio di qualsiasi narrazione la portata del brigantaggio sul Matese. Dal 1861 al 1870, su un territorio di circa mille chilometri quadrati in prevalenza montuosi, con 53 comuni e 129.811 abitanti, si avvicendarono 88 bande armate. Il loro effettivo era fluttuante, variando da un minimo di cinque a un massimo di duecento e più uomini.¹
Erano soldati borbonici sbandati dopo la resa di Gaeta. Erano renitenti alla leva, ragazzi dei monti che non potevano permettersi cinque anni lontano dalla famiglia. Erano contadini che avevano perso l’accesso ai demani. Erano pastori senza pascoli. Erano artigiani senza mercato. Il nome “briganti” li appiattisce su una categoria criminale che non rende conto della loro composizione sociale né delle ragioni strutturali che li avevano prodotti.²
Il peso militare della repressione
120.000
soldati piemontesi impiegati nel Sud
Più di quanti ne fossero stati impiegati in tutte le guerre di indipendenza messe assieme. Non era ordine pubblico — era una guerra civile.³
16 agosto 1870
fine del brigantaggio sul Matese
Cattura di Domenico Fuoco a Pietraroja — l’ultimo brigante del Matese. Nove anni di guerriglia su questi versanti.⁴
Chi erano: la composizione delle bande
La fonte più accurata sulla composizione delle bande matesine è la Delegazione di P.S. di Cerreto Sannita, che nel 1865 redasse un elenco alfabetico dei briganti del Circondario ancora viventi, con le rispettive biografie.¹ Da quell’elenco emerge un quadro che non coincide con la figura romantica del fuorilegge né con quella puramente criminale del predone: sono uomini con un nome, una provenienza, una storia.
Le tre categorie dei briganti del Matese
Soldati borbonici sbandati — gli ufficiali e i soldati dell’esercito delle Due Sicilie che rifiutarono di essere incorporati nell’esercito piemontese. A fine ostilità, su 1.600 prigionieri napoletani a Milano, solo cento si dichiararono pronti a servire il nuovo Stato. Gli altri tornarono a Sud — e molti finirono sui monti.
Renitenti alla leva — ragazzi di montagna che non potevano permettersi cinque anni di lontananza. Nel Regno borbonico la coscrizione era riscattabile. Nel nuovo Stato non lo era. Chi non si presentava diventava automaticamente fuorilegge e non poteva più tornare al paese. La macchia era l’unica alternativa alla galera.
Contadini e pastori espropriati — chi aveva perso l’accesso ai demani, chi non riusciva più a pagare le nuove imposte, chi aveva visto chiudere la gualchiera o il mulino dove lavorava. La fame e la disperazione erano motivazioni concrete, non ideologiche.
I nomi e i luoghi: Cimino, Cecchino e la banda del Matese molisano
Il brigantaggio sul Matese ha nomi precisi e luoghi precisi. Non è una narrazione generica — è una storia locale che si può ancora leggere nel territorio.
Roccamandolfi
È da qui che parte la storia delle due figure principali del brigantaggio matesino molisano: Samuele Cimino e Domenicangelo Cecchino detto “Rafaniello”. Dopo aver partecipato alla reazione filoborbonica dell’autunno 1860 e aver disarmato la Guardia Nazionale a Roccamandolfi, furono costretti a darsi alla macchia sulle montagne del Matese. La banda si ingrandì rapidamente. A essa si unì anche Marta Cecchino, sorella di Domenicangelo, che divenne la compagna di Cimino — una delle poche figure femminili documentate del brigantaggio matesino.⁵
3–4 agosto 1861 — San Polo Matese
Nei giorni 3 e 4 agosto 1861, San Polo Matese viene assalita dalla banda Cecchino al grido Viva Francesco II. Vengono uccisi il Sindaco, l’Arciprete e suo fratello Vincenzo, Capitano della Guardia Nazionale.⁶
San Polo Matese
Chi percorre oggi la strada che sale verso San Polo, attraverso i boschi sopra Bojano, attraversa lo stesso territorio dove si svolsero quegli scontri. Il borgo conserva ancora la sua Torre longobarda e il centro storico medievale. Meno visibile è il trauma del 1861 — ma è lì, nei documenti dell’Archivio di Stato di Caserta.
14 agosto 1861 — Roccamandolfi
La banda Cecchino-Cimino, dopo aver saccheggiato Cantalupo e ucciso Francesco Mancini, tenente della Guardia Nazionale, arriva a Roccamandolfi. Incendia la cancelleria comunale e l’archivio. Uccide una decina di persone. Per circa una settimana il paese diventa il quartier generale della banda — i briganti passeggiano per le vie con sfrontatezza mentre i galantuomini sono fuggiti.⁷
L’incendio dell’archivio comunale non è un dettaglio secondario: significa la distruzione deliberata dei documenti di proprietà, dei registri fiscali, degli atti che certificavano diritti e obblighi. Un atto di cancellazione della memoria amministrativa — e, involontariamente, anche della memoria storica.
Il versante campano: Albanese, Giordano, Fuoco
Sul versante campano del Matese, il brigantaggio ha un’altra geografia e altri nomi. I paesi di
Pietraroja
Cusano Mutri
San Lorenzello
Cerreto Sannita
diedero i natali a figure come Libero Albanese, Cosimo Giordano e Domenico Fuoco — tre dei capibanda più attivi dell’intera area.⁸
Domenico Fuoco è il personaggio più complesso di questo quadro. Non è solo un predone — è un brigante politicizzato che si reca spesso a Roma presso la centrale legittimista borbonica per ricevere aiuti economici e direttive. Stringe alleanze con le bande Pace, Guerra, Albanese, Giordano e Colamattei, nel tentativo di costruire una strategia comune su un’area vasta che spazia dalle Mainarde al Matese al Massico. La sua eccessiva politicizzazione però lo aliena dagli altri capibanda, che preferiscono vie più pratiche. La sua storia finisce il 16 agosto 1870, quando viene ucciso in una grotta nei pressi di Pietraroja — l’ultimo brigante del Matese.⁴
La Legge Pica e la militarizzazione del territorio
La risposta dello Stato al brigantaggio fu la Legge Pica del 15 agosto 1863 — un atto che sospese di fatto le garanzie costituzionali nelle province meridionali. I tribunali militari straordinari sostituirono la giurisdizione ordinaria. La competenza a giudicare briganti e complici fu sottratta alla magistratura civile per garantire velocità nelle condanne ed eliminare nei fatti il diritto di difesa. La legge, che avrebbe dovuto restare in vigore fino al 31 dicembre 1863, venne prorogata fino al 31 dicembre 1865.⁹
Per il territorio del Matese questo significava la presenza permanente di truppe, rastrellamenti, confini comunali sorvegliati, sospetti arrestati e mandati al confino. Il tribunale militare straordinario competente per il circondario di Piedimonte d’Alife dipendeva dalla sede di Caserta.⁹
⚠ Il confino come arma dello spopolamento
Una misura particolarmente devastante per le comunità montane fu il confino: mandare lontano, spesso al Nord, chiunque fosse sospettato di simpatie per i briganti o di averli aiutati. Spesso bastava una delazione, una testimonianza interessata, il modo di vestire. Chi veniva mandato al confino raramente tornava. Le famiglie si spezzavano. I paesi si svuotavano.
Non è un dettaglio: è uno dei meccanismi concreti attraverso i quali il brigantaggio — sia come fenomeno armato sia come risposta repressiva — contribuisce allo spopolamento del Matese che l’episodio IV documenterà con i numeri dei censimenti.
Il territorio come protagonista: perché il Matese si prestava
Il Matese non fu teatro del brigantaggio per caso. La sua conformazione geografica — versanti ripidi, boschi fitti, grotte, sentieri nascosti, creste che permettono di controllare le valli sottostanti — lo rendeva naturalmente adatto alla guerriglia. Le stesse caratteristiche che avevano fatto del Matese un luogo di transumanza sicuro, con tratturi protetti e pascoli d’altura, lo rendevano ora un rifugio ideale per chi doveva sfuggire all’esercito.
📍 Sul territorio oggi — i luoghi della guerriglia
Monte Mutria Le creste che circondano il Mutria erano vie di fuga e punti di osservazione privilegiati. Chi le percorre oggi in sella o a piedi usa gli stessi tracciati — gli stessi “antichi e nascosti sentieri che avevano permesso alle popolazioni sannite di fronteggiare l’aggressione dei romani”.⁸
Pietraroja Il paese natale di Domenico Fuoco. È qui, in una grotta nelle vicinanze, che il brigantaggio matesino si conclude nel 1870. Il paese conserva anche i famosi fossili di dinosauro — un’altra storia di stratificazione, molto più antica.
Bocca della Selva Il valico tra il versante campano e quello molisano fu un passaggio strategico per le bande che si spostavano tra le due aree. Oggi è uno dei punti di accesso più frequentati dai motociclisti che attraversano il Matese.
Cosa lascia il brigantaggio: un bilancio
Il decennio 1861-1870 lascia sul Matese una serie di eredità concrete e misurabili. Non è solo una storia di violenza — è una storia di trasformazione irreversibile del tessuto sociale ed economico.
Gli archivi comunali incendiati dalle bande — come quello di Roccamandolfi — sono una perdita documentale permanente. La memoria storica locale di quei decenni è frammentaria anche per questo. I confinati non tornano. Le famiglie spezzate non si ricompongono. I campi abbandonati durante gli anni di guerriglia non vengono sempre recuperati. I mulini e le gualchiere che nel frattempo chiudono per effetto della tariffa doganale non riaprono.
Il brigantaggio non è la causa dello spopolamento del Matese — è un acceleratore e un moltiplicatore di un processo che era già stato innescato dalle quattro leve dell’episodio II. Quando nel 1870 Domenico Fuoco viene catturato e il brigantaggio si estingue, il territorio è già profondamente diverso da quello del 1860. L’episodio IV lo documenterà con i numeri che non mentono: i censimenti.
Note e fonti
¹ Dato tratto dalla ricerca archivistica citata in brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Matese.htm, con riferimento agli Atti di Prefettura, Sottoprefettura del Circondario di Piedimonte d’Alife, Archivio di Stato di Caserta (ASC); Archivio di Stato di Napoli (ASN), Commissione Provinciale Danneggiati dal Brigantaggio.
² Piedinonte Matese, nota storica sul brigantaggio: pm2010.altervista.org/brigantaggio.htm. La citazione sull’appellativo storicamente corretto di “partigiani borbonici” è attribuita a B.D. Marrocco.
³ cdsconlus.it, Brigantaggio post-unitario, novembre 2016.
⁴ Piedimonte Matese, Wikipedia, voce aggiornata giugno 2025. La data del 16 agosto 1870 come cattura di Domenico Fuoco è confermata anche in cdsconlus.it, Brigantaggio post-unitario.
⁵ fremondoweb.com, Il Matese molisano e il fenomeno del brigantaggio, agosto 2024. Fonte bibliografica di riferimento: Vincenzo Berlingieri, Storie di Briganti. Il brigantaggio in Roccamandolfi. Domenico Fuoco, Ass. culturale “Pasquale Vignola”, Riccia 1991.
⁶ ugodugo.it, scheda comunale San Polo Matese. Confermato da: Wikipedia, Guerriglia e brigantaggio postunitario nelle province meridionali, voce aggiornata aprile 2026.
⁷ altaterradilavoro.com, Le brigantesse molisane. Fonte bibliografica: Vincenzo Berlingieri, op. cit.
⁸ bancacapasso.it, Il brigantaggio sul Matese.
⁹ roccobiondi.blogspot.com, Fonti per la storia del brigantaggio postunitario. Tribunali militari straordinari, marzo 2013. Il tribunale militare per Piedimonte e Caserta è elencato esplicitamente nella fonte.
Il prossimo episodio chiude la parte storica con il dato più eloquente: i numeri dello spopolamento, comune per comune, dal censimento del 1861 a oggi. Quei numeri sono il documento definitivo di ciò che è accaduto al Matese — e la premessa per capire su cosa poggia davvero la tutela del Parco.
Matese.bike · Redazione · Prima e Dopo la Cura, Ep. III
