Percorsi su strada · Storia e territorio
Sulle tracce dei briganti
Un anello di 147 km tra le strade provinciali del Matese e del Sannio, nei luoghi dove tra il 1860 e il 1870 si consumò l’ultima resistenza armata del Sud borbonico.

Traccia GPX
Confine PNM
ZSC
🗺️ Traccia GPS – Sulle tracce dei briganti
Distanza
147 km
Dislivello
~3.000 m
Tempo
3–4 ore
Difficoltà
Media
Fondo
Asfalto
Tipo
Anello
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⚠️ Nota: Il percorso si svolge su strade provinciali e comunali aperte al traffico. In alcuni tratti il panorama e il sottobosco possono distrarre dalla guida: mantenere velocità adeguata e la massima attenzione.
Il territorio e la storia
C’è una data che divide il Mezzogiorno in un prima e un dopo: il 1861, anno in cui il neonato Regno d’Italia si trovò a governare — o meglio, a tentare di governare — un Sud che non aveva scelto di diventarlo. Le montagne del Matese e del Sannio, già antichissimo teatro di resistenze, divennero il palcoscenico di quello che la storia ufficiale chiamò brigantaggio e che, visto da qui, assomigliava molto a una guerra civile. Questo percorso ad anello di 147 chilometri attraversa esattamente quelle terre: strade provinciali e comunali che oggi scorrono silenziose tra castagni e faggete, ma che allora vibravano di inseguimenti, agguati e proclami affissi sui muri delle chiese.
Il punto di partenza — e di arrivo — è il nodo logistico e stradale dei Quattroventi nel comune di Raviscanina, nell’alto Casertano, a poca distanza dal valico che segna il confine naturale tra la Terra di Lavoro e il Sannio. Da qui il percorso si apre verso est, inoltrandosi nel cuore del Matese, per poi scendere verso le colline beneventane e risalire in un lungo arco che tocca alcuni dei luoghi più densi di memoria di tutto il Sud post-unitario su strade non proprio immediatamente evidenti. Non perdetevi un incrocio, perdereste un dettaglio
«Le montagne del Matese non sono mai state neutrali. Chi le conosce sa che ogni bosco ha un nome, ogni sentiero una storia, ogni pietra un ricordo.»
Cosimo Giordano e il Matese in fiamme
Il nome che più di ogni altro risuona in questi luoghi è quello di Cosimo Giordano, nato a Cerreto Sannita nel 1839 e diventato, tra il 1860 e il 1866, il capobrigante più temuto dell’intero Sannio. Lo descrivono le fonti dell’epoca come un uomo dal portamento quasi aristocratico — «un po’ pirata un po’ guascone», scriveva uno storico — capace di passare dall’azione brutale alle trattative con i notabili locali. La sua banda operava principalmente sulle alture tra Cusano Mutri, Cerreto e i boschi che scendono verso la Valle Telesina: esattamente i territori che questo percorso attraversa.
Giordano divideva la sua formazione in quattro brigate, ciascuna responsabile di un settore del Matese. La tattica era quella classica della guerriglia di montagna: attacchi rapidi, ricatti ai proprietari terrieri, complicità con il clero filoborbonico, poi sparire nei boschi prima che arrivasse la truppa. Il Prefetto di Caserta, in una circolare del 1865, parlava di «guerra implacabile e sterminio» come unica soluzione. Eppure Giordano riuscì a restare latitante per anni, sfuggendo persino alla taglia di tremila lire messa sulla sua testa. Nel 1866 abbandonò il Matese e si rifugiò all’estero — a Roma, Londra, Marsiglia — tornando nel 1880 soltanto per estorcere, in tre giorni a Cerreto, sedicimila lire ai suoi ex manutengoli. Morì a Favignana nel 1888, internato.
Nota storica
La banda Giordano era suddivisa in quattro brigate comandate rispettivamente da Cosimo Giordano, da Vincenzo Lodovico detto Pilucchiello, da Errichiello e da Girolamo Civitillo. Nelle fasi di massima attività — tra il 1861 e il 1864 — la formazione poteva contare su diverse decine di uomini. Il Monte Erbano, visibile dal percorso, fu uno dei punti d’osservazione abituali: da quella roccia, secondo le cronache dell’epoca, la banda inneggiava ironicamente a re Vittorio Emanuele per sfidare la truppa sottostante.
Pontelandolfo, Casalduni e il massacro del 1861
Il percorso scende verso il versante beneventano e, nella parte più meridionale del suo arco, si avvicina all’area di Pontelandolfo e Casalduni, due paesi il cui nome è diventato simbolo di tutto ciò che il Risorgimento ha preferito non raccontare. Il 7 agosto 1861, circa cinquanta briganti — scesi dal Matese — entrarono a Pontelandolfo accolti dalla popolazione in festa, con il clero in abiti sacerdotali e la banda musicale che suonava. Nei giorni seguenti fu ucciso un distaccamento di quarantacinque soldati piemontesi nei pressi di Casalduni.
La rappresaglia fu immediata e spietata. L’esercito regio bruciò entrambi i paesi, uccidendo un numero di civili che le fonti, ancora oggi discordanti, stimano tra le decine e le centinaia. Fu uno dei momenti più oscuri della cosiddetta «guerra al brigantaggio», e contribuì ad alimentare per generazioni un rancore sotterraneo che nel Sannio non si è mai del tutto spento. Passare oggi davanti ai muri di quei borghi ricostruiti, con i campanili che si vedono da lontano lungo la strada, è un’esperienza che vale da sola il percorso.
Le altre bande: Fuoco, Guerra e Michelina De Cesare
Il brigantaggio matesino non fu un fenomeno isolato attorno alla figura di Giordano. Sulle stesse montagne operavano contemporaneamente le bande di Domenico Fuoco — già luogotenente di Chiavone, poi capobanda autonomo — e di Francesco Guerra, la cui compagna Michelina De Cesare è diventata l’immagine più nota del brigantaggio femminile del Centro-Sud. Fotografata dopo la fucilazione con i capelli sciolti e le armi in mano, Michelina è oggi la figura in copertina del catalogo della mostra «Brigantaggio sul Matese 1860–1880» conservata al Museo del Sannio di Benevento.
Le bande cooperavano e si dividevano il territorio: Fuoco e Colamattei controllavano prevalentemente le Mainarde e l’alta Valle di Comino, mentre Giordano dominava il versante campano del Matese. A coordinare il tutto, almeno nelle fasi iniziali, c’era la regia lontana dei comitati borbonici di Roma, che finanziavano le bande e cercavano di dargli un indirizzo politico. Quando quell’appoggio si esaurì — intorno al 1862, con la morte di Borjes e la progressiva sconfitta diplomatica di Francesco II — il brigantaggio perse il suo carattere di resistenza organizzata e si fece sempre più banditismo puro.
«Nelle formazioni irregolari affluirono ex soldati borbonici, coscritti renitenti, contadini delusi, banditi stagionali. Non un esercito: una disperazione collettiva con le armi in mano.»
Il percorso tappa per tappa
Si parte dalla località Quattroventi del comune di Raviscanina, a poco sotto i 140 metri di quota — uno snodo viario ben collegato, raggiungibile dall’autostrada Roma-Napoli uscita Caianello e poi attraverso la Strada Statale che collega Benevento a Caianello. Da Quattroventi la strada inizia quasi subito a salire verso il Matese. I primi chilometri attraversano il paesaggio collinare tipico dell’alto Casertano — oliveti, vigneti, piccoli borghi di pietra grigia — prima che il bosco si chiuda intorno alla carreggiata. Il punto più alto del percorso supera i 1.300 metri, in un tratto panoramico dove nelle giornate limpide si vede contemporaneamente il Tirreno e il promontorio del Gargano.
La discesa verso Cusano Mutri è uno dei momenti più scenografici: il paese appare improvvisamente arroccato su uno sperone, con le case che sembrano crescere dalla roccia. Cusano fu uno dei centri più attivi del brigantaggio locale — le circolari dell’epoca segnalano numerosi «scontri a fuoco tra la Banda Giordano e la truppa in tenimento di Cusano» — e vale assolutamente una sosta. Da qui il percorso continua verso Cerreto Sannita, capoluogo del circondario borbonico, città di ceramiche e architettura settecentesca ricostruita dopo il terremoto del 1688. Il municipio conserva ancora negli archivi i mandati di cattura per Cosimo Giordano e i certificati di povertà che il comune era tenuto a rilasciare ai familiari dei briganti catturati.
La parte meridionale dell’anello, quella che si avvicina all’area di Morcone e alla Valle del Tammaro, è la più lenta e la più adatta a una sosta pranzo. I ristoranti della zona propongono una cucina sannita autentica: cicatielli al ragù di cinghiale, cavatelli con funghi porcini, agnello alla brace, formaggi stagionati di pecora locale. Sono posti spesso senza insegne appariscenti, frequentati da gente del posto, dove il cibo arriva dalla cucina senza troppi preamboli e senza deludere.
Il rientro verso Raviscanina avviene risalendo lungo il versante occidentale del Matese, con vedute che si aprono sulla pianura campana e sul profilo del Vesuvio all’orizzonte. È il tratto in cui il paesaggio cambia più velocemente: in pochi chilometri si passa dal faggio alla quercia, dal castagneto ai pascoli aperti, con quel senso di spazio improvviso che è una delle cose migliori di questo angolo di Appennino.
Informazioni pratiche
Come arrivare: il punto di partenza è la località Quattroventi del comune di Raviscanina (CE). Dall’autostrada A1 Roma-Napoli uscire a Caianello, poi seguire la SS372 Telesina in direzione Benevento fino all’indicazione per Raviscanina. Quattroventi è uno snodo viario sulla strada che collega la Telesina con il Matese, facilmente identificabile.
Periodo consigliato: aprile–ottobre. In inverno i tratti più alti possono presentare neve o ghiaccio anche a quote relativamente basse.
Rifornimento carburante: disponibile a Piedimonte Matese, Cerreto Sannita e Morcone. Consigliabile non partire con il serbatoio non pieno.
Copertura cellulare: discontinua nei tratti più alti e nei valloni boscosi. Scaricare la traccia GPX offline prima di partire.
Sosta pranzo: i centri più adatti sono Cusano Mutri, Cerreto Sannita e Morcone, tutti con ristoranti di cucina sannita tradizionale.
Perché farlo
Non è un percorso estremo. Non richiede abilità particolari né una moto specializzata: basta qualsiasi mezzo a due ruote in grado di affrontare strade asfaltate con qualche tornante e qualche tratto sconnesso. Quello che richiede, semmai, è un po’ di curiosità e la disposizione a rallentare quando il panorama lo merita — e lo merita spesso. I 147 chilometri si percorrono con calma in una mezza giornata, o si trasformano in una giornata intera se si sosta a Cerreto, se si mangia a Cusano, se ci si ferma a leggere uno dei pannelli informativi che i comuni del Matese stanno progressivamente installando nei punti storici.
La storia del brigantaggio post-unitario è ancora poco raccontata fuori dai confini locali, e questi luoghi la custodiscono con una discrezione che non è indifferenza, ma rispetto. Percorrerli in moto, con il tempo di guardarsi intorno, è forse il modo migliore per capire perché il Matese non ha mai smesso di essere, nel senso più antico della parola, un luogo di frontiera.
Scheda percorso · matese.bike · Rilevamento GPX: Aprile 2026 · Categoria: strade provinciali/comunali · Dislivello calcolato via Open-Elevation API
