Storia del territorio · Piedimonte d’Alife, XIX–XX secolo
La luce, lo sciopero,
le mine
I Berner elettrificano la città, lo sciopero del 1911 segna la frattura, i guastatori tedeschi chiudono il conto il 19 ottobre 1943
Matese.bike · Miniserie “Il cotonificio sul Matese” · Puntata III · Periodo: 1888–1943
Amedeo Berner prende in mano il cotonificio di Piedimonte nel 1888 in condizioni difficili ma non irreversibili. È un commerciante svizzero che aveva fatto fortuna proprio grazie al libero scambio introdotto dall’Unificazione: conosce il nuovo mercato, ne capisce le logiche. La sua prima mossa è aggiornare radicalmente l’impianto.
Il rinnovo: macchine inglesi e luce elettrica
Berner introduce macchine inglesi di ultima generazione, migliora la qualità della produzione e aumenta i volumi. Ma è il rinnovo dell’impianto energetico a segnare la discontinuità vera. Il sistema delle ruote idrauliche sul Torano — che Egg aveva usato fin dal 1813 per muovere i fusi — viene aggiornato. E accanto all’energia idraulica per la produzione vengono installate centraline elettriche.
Quello che accade a Piedimonte d’Alife alla fine dell’Ottocento è una novità radicale per il Mezzogiorno interno: le centraline del cotonificio non illuminano solo la fabbrica. Illuminano la città. Piedimonte d’Alife diventa uno dei primissimi centri del Mezzogiorno a disporre di illuminazione elettrica pubblica, prodotta da un impianto industriale privato alimentato dall’acqua del Matese.
Dall’idraulico all’elettrico: una catena lunga un secolo
Il nesso tra il Matese e l’energia elettrica non si esaurisce con il cotonificio. Nel 1923 viene ultimata la Centrale Idroelettrica di Piedimonte, che attinge le acque del Lago Matese scendendo lungo le pendici del Monte Cila. L’impianto comprende due stazioni: quella di Valle Paterno viene intitolata a Gian Giacomo Egg. L’acqua del Matese che nel 1813 aveva mosso i primi fusi porta ancora oggi energia alle reti elettriche campane.
L’inventario del 1917: la macchina al momento della vendita
Al momento della vendita nel 1917, il cotonificio viene inventariato con precisione notarile. I numeri descrivono uno stabilimento ancora imponente: dodicimiladuecentoventidue fusi per la filatura, quattrocentosessantaquattro telai meccanici per la tessitura, tre piccole centrali idroelettriche. Lo stabilimento aveva perso nel tempo alcune lavorazioni — garzatura, aspamento, ritorcitura, tintoria — trasferite altrove. Ma il nucleo produttivo era ancora integro.
Lo sciopero del 1911 e la fine dei Berner
Nel 1911 uno sciopero parziale dei filatori si trasforma, sull’onda delle agitazioni socialiste del periodo, in uno sciopero generale che tiene la fabbrica chiusa per giorni, presidiata da carabinieri e militari. Guglielmo Berner risolve la situazione con tredici licenziamenti. Ma la frattura è aperta. Quando rimane solo a dirigere, non si sente più di continuare.
Il 30 luglio 1917, con atto del notaio Dragoni, vende il cotonificio allo svizzero Roberto Wenner, proprietario dei Cotonifici Riuniti di Salerno, per ottocentomila lire.
La guerra e la fine degli svizzeri in Italia
La Prima Guerra Mondiale complica ulteriormente le cose. La legislazione italiana varata durante il conflitto mette in difficoltà i soci di nazionalità austro-tedesca delle società tessili campane, costringendoli ad abbandonare l’Italia. Il clima anti-tedesco, per ragioni linguistiche, non risparmia nemmeno gli industriali svizzeri di lingua tedesca. Nel 1917 la Banca Italiana di Sconto acquisisce la maggioranza delle azioni dei cotonifici campani. L’era degli imprenditori elvetici nel Mezzogiorno si chiude qui.
Martedì 19 ottobre 1943
Il cotonificio passa nel 1917 alle Manifatture Cotoniere Meridionali S.p.A., che riunisce le aziende tessili napoletane e salernitane. La produzione continua ancora per ventisei anni. Il destino arriva dall’esterno, nell’autunno del 1943.
Le truppe tedesche in ritirata verso nord attraversano Piedimonte d’Alife nei mesi di settembre e ottobre. I guastatori ricevono l’ordine di distruggere le infrastrutture industriali. Il martedì 19 ottobre 1943 il cotonificio viene raso al suolo dalle mine. Centotrent’anni di storia industriale terminano in una mattina.
Dopo la distruzione
Del grande stabilimento rimangono in piedi per anni alcuni ruderi e due imponenti ciminiere. Nel 1948 le Manifatture Cotoniere Meridionali progettano di ricostruire lo stabilimento come lanificio, costituendo una S.p.A. Manifatture Tessili Meridionali. Il progetto si scioglie senza risultati. Nell’area viene realizzata negli anni Settanta la nuova Piazza Carmine: lo stesso spazio che Egg aveva scelto nel 1812 per la vicinanza ai due fiumi. Il Torano, coperto nel 1965, non è più visibile.
Cosa resta
Della presenza centenaria degli svizzeri a Piedimonte rimangono tracce fisiche sparse nel territorio. La Villa Berner in via Cila, residenza dei proprietari nella fase finale. Il quartiere con le abitazioni degli operai. Il cosiddetto cimitero degli svizzeri. E i Giardini Egg nel centro della città, dove un monumento ricorda l’imprenditore di Ellikon.
Nella denominazione delle due stazioni della Centrale Idroelettrica di Piedimonte, costruita nel 1923, c’è un ultimo segno di continuità. La stazione di Valle Paterno porta il nome di Gian Giacomo Egg. L’acqua del Matese che nel 1813 aveva mosso i primi fusi del Regno continuava, cento anni dopo, a produrre energia per il territorio. Una coerenza che nessun decreto aveva stabilito, e che la geografia aveva reso naturale.
Il territorio oggi: cosa vedere
Percorrendo Piedimonte Matese è ancora possibile leggere la stratificazione di quella storia. La Piazza Carmine — dove sorgeva il cotonificio — è il centro della città. La Villa Berner è in via Cila. I Giardini Egg sono raggiungibili a piedi dal centro. La Centrale Idroelettrica con la stazione intitolata a Egg si trova a Valle Paterno. L’Associazione Storica del Medio Volturno conserva documentazione fotografica e tecnica sull’intero impianto idroelettrico.
Il cotonificio di Piedimonte d’Alife è rimasto per 130 anni la più grande industria del Mezzogiorno continentale. L’aveva fondata uno svizzero che cercava acqua, forza motrice e un paesaggio che gli ricordasse casa. L’aveva distrutta un esercito in ritirata. Nel mezzo, tre generazioni di una famiglia svizzera, centinaia di lavoratori campani, un fiume scomparso sotto una piazza, e una città che porta ancora i segni di quella storia nel nome dei suoi giardini.
Matese.bike · Redazione · Il cotonificio sul Matese, Puntata III
