Memoria e Territorio · Storia · Mototurismo Responsabile
Prima di essere un Parco, il Matese recente è stato per tremila anni uno dei nodi strategici dell’Appennino meridionale. Sanniti, Romani, Longobardi, Normanni: ogni strato sovrascrive il precedente senza cancellarlo. Una lettura del territorio attraverso i suoi siti storici concreti — dentro e intorno al Parco — e una proposta di mototurismo responsabile che li collega.
C’è un modo di guardare il Matese che non compare sulle mappe turistiche. Non è il Matese delle faggete, dei laghi e dei rapaci — quello che i formulari Natura 2000 tentano di fotografare, con i risultati che abbiamo già discusso in queste pagine. È il Matese come documento storico: un massiccio che per tremila anni è stato il centro di gravità di intere civiltà, la montagna sacra di un popolo, il nodo di una rete di percorsi che collegava il Tirreno all’Adriatico, il pascolo d’estate e la via di ritorno d’autunno.
Chi percorre questo territorio in moto lo capisce prima di chi lo studia sulle carte. Le strade che scendono verso Sepino seguono tracciati che esistevano prima di Roma. I valichi tra il versante campano e quello molisano erano già attraversati quando Pompei era ancora in piedi. Le sorgenti ai piedi dei pianori d’alta quota erano punti di sosta prima di essere oggetto di devozione medievale. La moto — abbastanza lenta da osservare il paesaggio, abbastanza veloce da collegare i pezzi in una giornata — è forse il mezzo più coerente per leggere questo territorio nella sua interezza: strato dopo strato, da quota a quota, da una valle all’altra.
Quello che segue è una lettura di quei strati. E alla fine, una proposta concreta.
Il primo strato: i Sanniti Pentri e il Matese come cuore di un popolo
Ogni tribù della confederazione sannitica aveva il proprio massiccio come fulcro identitario e rifugio estremo. I Caudini avevano il Taburno. Gli Irpini i monti dell’Irpinia. I Carricini la Maiella. I Pentri — la tribù più numerosa, la più combattiva, quella che tenne Roma in scacco per tre guerre tra il 343 e il 290 a.C. — avevano il Matese.
Non è una metafora: è una struttura politica e territoriale documentata. Il massiccio era rifugio, confine, riserva di risorse, punto di raccolta in caso di guerra. I Sanniti parlavano l’osco, una lingua indoeuropea così vitale che iscrizioni in quella lingua sono state trovate nei graffiti di Pompei nel I secolo a.C., quando la conquista romana era già un fatto compiuto da due secoli. Avevano magistrati elettivi, assemblee, santuari federali, una cultura materiale sofisticata. Roma impiegò mezzo secolo per piegarli militarmente, e anche dopo la sconfitta definitiva la loro identità sopravvisse a lungo nel paesaggio, nei nomi dei luoghi, nei tracciati delle strade.
La capitale dei Pentri era Bovianum — fondata secondo il mito del Ver Sacrum seguendo un bue come animale totemico, il nome stesso lo dice. La sua localizzazione esatta è ancora contesa tra Bojano, sul versante molisano del Matese, e Pietrabbondante, nell’alto Molise. Probabilmente avevano ragione entrambi, in epoche diverse.
A 1.027 m s.l.m., nella provincia di Isernia, Pietrabbondante custodisce uno dei siti più straordinari e meno conosciuti dell’archeologia italiana: il santuario italico con teatro e templi di impronta ellenistica, definito dallo studioso Adriano La Regina “luogo fulcro di religiosità e di politica del Sannio”. Il complesso, attivo tra il II secolo a.C. e il 95 a.C., comprende due templi e un teatro con sedili in pietra dalla forma anatomica ancora perfettamente conservati. Ogni estate, dal 1974, vi si svolgono rappresentazioni nell’ambito dello Sannita Teatro Festival. Recenti scavi hanno portato alla luce la domus publica, un unicum in Italia. Il centro storico ospita frammenti di lapidi osche murate nella chiesa di Santa Maria Assunta: le parole di quel popolo, letteralmente incorporate nelle mura di un edificio cristiano del XIII secolo.
Il secondo strato: Saepinum/Altilia, la città che i pastori abitavano ancora negli anni ’50
A pochi chilometri dal versante molisano del Parco, lungo il tratturo Pescasseroli-Candela che ancora taglia la pianura di Bojano, sorge Saepinum — oggi nota come area archeologica di Altilia, nel comune di Sepino. Il villaggio sannitico di Saipins esisteva già prima delle Guerre sannitiche, in posizione di altura a circa 950 m s.l.m., definita da Tito Livio fortissima atque potentissima. Fu espugnata e distrutta dal console Papirio Cursore nel corso della Terza guerra sannitica. La città romana che nacque più a valle, in età augustea, è una delle più integre del Mezzogiorno.
Foro, basilica, teatro, terme, mura con venticinque torri circolari, le porte monumentali con i rilievi dei prigionieri germanici e le iscrizioni di Tiberio e Druso: tutto ancora in piedi, a 500 m s.l.m., aperto ai visitatori. Il nome del borgo moderno, Altilia, deriva dall’arabo al-tell, “città in rovina” — segnalando come già nel Medioevo quello fosse un sito riconoscibile e nominato.
Ma è la storia più recente a colpire di più. Quando nei primi anni ’50 una troupe documentaristica girò le prime riprese di Saepinum, i pastori transumanti vivevano ancora all’interno del teatro romano, avevano trasformato le mura antiche in pareti di abitazione. Le greggi passavano ancora lungo il decumano massimo, esattamente come avveniva in epoca romana, quando Saepinum era stazione montuosa del tratturo Pescasseroli-Candela. Il tratturo non era un reperto: era una strada in uso. Questa continuità — interrotta solo nella seconda metà del Novecento — è la prova più concreta che il paesaggio del Matese non è mai stato un paesaggio senza uomini.
Sepino fa parte del circuito dei Borghi più belli d’Italia. Il Parco Archeologico di Sepino, istituito nel 2021 dal Ministero della Cultura, è visitabile e inserito stabilmente nel calendario di manifestazioni estive internazionali. Il comune ha coniato il proprio gonfalone con la scritta SAEPINUM · CAPUT SAMNITUM. Il sito rientra nel perimetro del Parco Nazionale del Matese sul versante molisano ed è raggiungibile attraverso le strade che attraversano il versante orientale del massiccio.
Il terzo strato: Alife/Allifae, la città che non ha mai smesso di esistere
Sul versante campano, alle pendici meridionali del massiccio, Alife è un caso quasi unico in Italia. Le sue mura romane di età sillana — I secolo a.C. — delimitano ancora oggi perfettamente il centro storico moderno. Non come rudere, non come parco archeologico recintato: come confine vivo di una città abitata. Il rettangolo murario di 540 × 410 metri è ancora intatto nel perimetro, rinforzato da torrette semicircolari e rettangolari alternate. Dentro quelle mura, il castrum romano sopravvive nella struttura urbana attuale: il decumano massimo e il cardine massimo corrispondono esattamente alle strade principali della città moderna.
Alife ha origini osche, coniava moneta propria già nel IV secolo a.C. — i didrammi d’argento ritrovati lo documentano. Fu a lungo in guerra con Roma, poi municipium romano, sede vescovile dal 499 d.C., gastaldato longobardo, contea normanna. La cattedrale del XII secolo, costruita dal conte Rainulfo che nel 1131 portò qui le reliquie di papa Sisto I, è ancora il centro simbolico della città. Sotto l’ufficio postale di Via Anfiteatro ci sono i resti del Foro. In una piazza si conserva un impluvium di una domus romana. L’anfiteatro, appena fuori dalla cinta muraria, è stato riportato alla luce di recente.
Il museo municipale conserva armi, vasellame e oggetti metallici distinti per periodo e provenienza, e parte di un affresco in IV stile proveniente da una domus lungo il decumano massimo, esplorata negli anni ’90. In una sala sottostante sono esposti frammenti di pavimenti a mosaico con decorazioni geometriche bianco-nere databili tra il I a.C. e il I d.C. Alife è il punto di ingresso naturale al Parco dal versante meridionale e il punto di partenza logico per qualunque itinerario che risalga dal fondovalle del Volturno verso il massiccio.
Il quarto strato: i tratturi come rete nervosa del territorio
Tutti questi siti sono tenuti insieme da una struttura più antica di qualunque città: i tratturi. Il tratturo Pescasseroli-Candela attraversa Saepinum e ne ha determinato la posizione e la prosperità economica per secoli. Il tratturo Celano-Foggia passa per Pietrabbondante, dove il convento di Sant’Eustachio, documentato per la prima volta in un atto del 977 come possedimento di Montecassino, sorgeva esattamente lungo quel percorso come ospizio per i pastori in transito.
I tratturi non sono percorsi turistici costruiti a tavolino: sono la struttura portante della mobilità appenninica per oltre tremila anni, dai Sanniti ai pastori transumanti del Novecento. Il decreto istitutivo del Parco Nazionale cita esplicitamente tra i valori da proteggere i “manufatti e sistemi insediativi rurali” e le “testimonianze etnoantropologiche dell’antropizzazione”. Il tratturo rientra in questa categoria — ma è anche un percorso fisico e leggibile oggi, tracciato nel paesaggio come una firma che millenni non hanno cancellato.
Il quinto strato: il Medioevo che non si vede da lontano
Oltre ai grandi siti, il territorio del Parco e la fascia che lo circonda conservano una densità di presenze medievali che le guide turistiche ignorano quasi del tutto, ma che si incontrano percorrendo le strade secondarie di questo territorio. Castello del Matese, con il suo castello normanno su un sito citato già da Tito Livio, e con il Sentiero di Dante ricavato sulle antiche mulattiere che percorrono le gole della valle del Rivo. Il passo di Santa Crocella, tra il versante campano e quello molisano, dove si trovava il monastero benedettino di Santa Croce — documentato, oggi scomparso — lungo la strada che collegava le due valli. Il convento di Sant’Eustachio a Pietrabbondante, già possedimento di Montecassino dal 977, adibito a ospizio per pastori transumanti, oggi un insieme di resti su un colle che i secoli hanno restituito al bosco. I nevieri in pietra degli altopiani. Le fontane votive agli incroci delle antiche vie. Le cappelle rupestri aperte sulla roccia calcarea nei valloni più appartati.
Questi siti non sono museificati né segnalati con cartellonistica turistica: sono semplicemente lì, lungo strade che chi conosce il territorio percorre abitualmente. È la differenza tra attraversare un paesaggio e leggerlo.
Una proposta concreta: le direttrici del grande anello del Sannio
Il territorio che abbiamo descritto non ha bisogno di essere inventato come destinazione culturale. Ha già tutto: una stratificazione storica che va dai primi insediamenti oschi del V secolo a.C. fino al Medioevo normanno, in parte già visitabile, documentata, accessibile. Quello che mancava era una lettura unitaria che collegasse i pezzi.
Stiamo allestendo una categoria dedicata agli itinerari su questo sito — la troverete presto nella navigazione — dove ogni direttrice verrà pubblicata con traccia GPS, note di percorso, indicazioni pratiche per i punti di sosta e segnalazione delle condizioni stagionali. Quello che segue è la struttura portante di un itinerario di due o tre giorni verificato sul campo: il grande anello del Sannio, tre direttrici concatenabili o percorribili separatamente.
Fondovalle, mura romane, salita sul massiccio
Partenza da Alife: visita al perimetro delle mura romane, al museo archeologico, all’anfiteatro di recente riportato alla luce. La città è il gateway naturale al Parco dal lato tirrenico. Da Alife la strada risale verso il massiccio attraverso la piana alifana, su percorsi panoramici che offrono una delle viste più belle sull’intera catena del Matese prima di entrare nel territorio del Parco. Arrivo a Castello del Matese, con sosta al castello normanno e al borgo medievale. Da qui i pianori d’alta quota si aprono verso i versanti interni. La traccia GPS completa e le note di percorso saranno disponibili nella sezione Itinerari.
Valichi, paesaggi d’alta quota, discesa verso la città romana
Dal versante campano, traversata del massiccio verso est attraverso i pianori interni. Discesa verso Guardiaregia e il versante molisano, con le strade che aprono progressivamente sulla piana di Bojano. Arrivo a Sepino e visita all’area archeologica di Saepinum/Altilia: foro, basilica, teatro, porte monumentali, il tratturo Pescasseroli-Candela che attraversa ancora il sito. Pernottamento a Sepino o Bojano. La traccia GPS completa e le note di percorso, incluse le indicazioni sulle limitazioni del Parco vigenti al momento della pubblicazione, saranno disponibili nella sezione Itinerari.
Il santuario dei Pentri, i tratturi, la chiusura dell’anello
Da Bojano o Sepino, risalita verso Pietrabbondante attraverso le strade secondarie dell’alto Molise, tra paesaggi di cresta che cambiano carattere ad ogni curva. Visita al santuario italico: teatro sannita, templi, la domus publica. Rientro verso il versante campano con percorso che segue parzialmente il tracciato degli antichi tratturi nei tratti in cui coincide con la viabilità ordinaria. Chiusura dell’anello verso Alife o Piedimonte Matese. La traccia GPS completa e le note di percorso saranno disponibili nella sezione Itinerari.
Il Parco Nazionale del Matese è in fase di gestione provvisoria. Il Piano del Parco e il Regolamento definitivo non sono ancora stati approvati. Le norme di salvaguardia provvisorie si applicano per zone con intensità diverse: alcune aree potrebbero risultare soggette a limitazioni non operative in precedenza. Prima di percorrere qualunque direttrice interna al perimetro del Parco, verificate lo stato aggiornato delle disposizioni del Comitato di gestione provvisoria. Le tracce GPS che pubblicheremo nella sezione Itinerari saranno aggiornate in funzione delle norme in vigore al momento della pubblicazione.
Perché questo itinerario è diverso da un tour culturale ordinario
La risposta è nella scala e nella continuità. I siti che abbiamo descritto non sono destinazioni isolate raggiungibili in giornata da una base fissa: sono nodi di una rete territoriale che si percepisce nella sua interezza solo muovendosi attraverso di essa. Da Alife a Castello del Matese, dal valico alla piana di Bojano, da Saepinum ai pianori dell’alto Molise fino a Pietrabbondante: ogni tratto aggiunge un livello di lettura del territorio, ogni sosta collega quello che si è visto a quello che si sta per vedere.
Significa anche portare sul territorio una presenza che genera indotto distribuito: pernottamenti nei piccoli comuni lungo il percorso, consumo nei ristoranti locali, acquisto di prodotti tipici. È esattamente il modello che il decreto istitutivo del Parco definisce come “turismo lento” e che questo sito promuove da quando esiste.
Il grande anello del Sannio non è ancora un prodotto turistico confezionato. È una proposta che nasce da anni di percorsi su queste strade, dalla conoscenza diretta di questi siti, e dalla convinzione che il Matese abbia abbastanza storia da riempire un intero weekend senza uscire dal raggio di cento chilometri. Nella sezione Itinerari troverete le tracce, le note pratiche e gli aggiornamenti. Nel frattempo, se avete già percorso questi luoghi e avete osservazioni da aggiungere, scriveteci dalla pagina contatti.
Il territorio del Matese non ha bisogno di essere inventato. Ha bisogno di essere letto. E la lettura migliore, su questi strati di storia compressa nel paesaggio, si fa in sella, su strade che spesso non compaiono nelle guide, con gli occhi aperti e il tempo necessario per fermarsi.
Redazione matese.bike · Aprile 2026