Territorio · Rischio idrogeologico · Parco Nazionale del Matese
Un’alluvione documentata con nomi e cognomi nel cuore di quello che oggi è il primo parco nazionale a cavallo di due regioni. Il rischio non è scomparso: è stato nascosto sotto l’asfalto, canalizzato lungo vecchi alvei trasformati in strade, e lasciato maturare in quota senza che nessuno lo monitorasse davvero. Il Parco Nazionale del Matese ha ereditato, insieme al perimetro istituzionale, anche questa responsabilità.
Il 13 settembre 1857, a Sant’Angelo d’Alife, ventinove persone morirono annegate. Non è una stima approssimativa: sono ventinove nomi scritti uno per uno dall’avvocato Domenico Viti, l’unico testimone che lasciò una narrazione scritta dell’evento. Marianna Centofanti, Giuseppe Larino, Eraclio Rotondo di Pietravairano, Fra Giuseppe d’Agostino monaco dell’Ospizio di Sant’Antonio, e altri ventitre. Nelle ore immediatamente successive, Viti stimava le vittime a «centinaia» — il luogo principale dell’inondazione era gremito da circa un migliaio di persone. Il conteggio definitivo si fermò a ventinove. Una catastrofe, comunque, per un comune che oggi conta poco più di duemila abitanti e che allora ne aveva probabilmente meno.
Quella notizia, rimasta nell’ombra della memoria locale, è il punto di partenza di un ragionamento che riguarda l’intero territorio matesino — e che non appartiene alla cronaca storica, ma all’oggi.
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Vittime documentate — alluvione del 13 settembre 1857, Sant’Angelo d’Alife
Un parco senza confini politici
Per più di un secolo e mezzo, il Matese è stato amministrativamente spezzato. Da un lato la Campania, dall’altro il Molise: due regioni, due sistemi di protezione civile, due pianificazioni del rischio idrogeologico, due autorità forestali. Nel mezzo, un massiccio carbonatico unitario che la geologia non ha mai diviso e che i bacini idrografici attraversano senza chiedere il permesso. Il Volturno nasce in Molise e sfoca in Campania. Il Biferno nasce sul versante molisano del Matese e alimenta l’Adriatico. I torrenti che scendono verso Bojano e quelli che scendono verso Piedimonte Matese partono dagli stessi crinali, bevono la stessa neve, reagiscono alle stesse precipitazioni.
Il Parco Nazionale del Matese, istituito nell’aprile del 2025, è la prima struttura istituzionale nella storia di questo territorio che ne riconosce l’unitarietà. Non è un parco campano con una propaggine molisana, né viceversa: è un parco nazionale, con tutto ciò che questo implica in termini di governance, di fondi, di competenze e — soprattutto — di responsabilità. Per la prima volta esiste un soggetto che può e deve leggere il Matese come sistema idrologico integrato, non come somma di frammenti amministrativi. È una novità di portata storica. Il rischio è che venga sprecata.
La città sopra l’acqua
Chi percorre oggi i centri abitati della media valle — Piedimonte Matese, Ailano, Sant’Angelo d’Alife, Bojano, Sepino, Guardiaregia — cammina letteralmente sopra l’acqua. Decine di corsi d’acqua a carattere torrentizio, che per secoli hanno disegnato la morfologia di questi luoghi, sono stati progressivamente tombati nel corso del Novecento: incanalati in condotte sotterranee, coperti da strade, piazze, parcheggi, edifici. Una pratica che rispondeva a logiche urbanistiche comprensibili — guadagnare spazio, eliminare l’«ingombro» visivo dei canali — ma che ha prodotto un effetto perverso e duraturo.
Un corso d’acqua tombato non scompare. Cambia soltanto il suo rapporto con lo spazio circostante. In condizioni ordinarie scorre invisibile sotto l’asfalto; in condizioni di piena si trasforma in una trappola idraulica. La tombatura elimina la capacità naturale di laminazione — quella che consente a un alveo di espandersi lateralmente, rallentare la corrente, disperdere l’energia dell’acqua in eccesso. Quando la portata supera la sezione della condotta, l’acqua non trova spazio: risale dai chiusini, sfonda griglie, riemerge in superficie lontano dal punto d’origine, in modo imprevedibile e violento.
Le strade-torrente: il fattore più sottovalutato
Ma la tombatura nei centri abitati è solo una parte del problema. C’è un fenomeno meno visibile, distribuito su tutto il territorio montano del Matese, che rappresenta forse il fattore di rischio più sottovalutato: le strade realizzate su vecchi alvei torrentizi.
Nel corso del Novecento, la rete viaria del Matese — sia sul versante campano che su quello molisano — si è sviluppata seguendo spesso la via di minima resistenza: i fondovalle e le incisioni naturali già percorribili. Molti tratti di strade provinciali e comunali di montagna poggiano esattamente dove scorrevano torrenti stagionali. In apparenza, la soluzione è funzionale: il tracciato è già pianeggiante, il terreno è già consolidato, e in condizioni normali il corso d’acqua non c’è. I muretti laterali che delimitano la carreggiata completano l’opera, creando un canale artificiale perfettamente sagomato.
Il problema si manifesta quando piove con intensità. Quella strada, con i suoi muretti laterali, diventa esattamente quello che era prima: un torrente. Ma con caratteristiche radicalmente peggiori rispetto all’alveo naturale che ha sostituito. La superficie asfaltata è impermeabile e priva di attrito: l’acqua scorre più veloce. I muretti laterali impedono l’espansione laterale: la portata è concentrata e accelerata. E soprattutto — questo è il punto che trasforma un’alluvione in una catastrofe — la strada raccoglie tutto ciò che si trova sui versanti circostanti: terra smossa, ghiaia, rami, massi, il materiale accumulato per anni lungo i bordi. Lo carica nel flusso e lo convoglia verso valle alla massima velocità possibile.
Il carico solido: quando l’acqua porta con sé il monte
In idraulica si distingue tra deflusso idrico puro e trasporto solido. Una piena d’acqua può essere gestita se le strutture a valle — ponti, tombini, canalizzazioni — sono dimensionate per la portata prevista. Una colata con carico solido elevato vanifica qualsiasi dimensionamento: i materiali trasportati ostruiscono le luci dei ponti, intasano le condotte, riducono in pochi minuti la sezione utile di deflusso fino all’esondazione. I danni sono incomparabilmente maggiori, e l’evoluzione dell’evento è imprevedibile.
Le strade realizzate su vecchi alvei torrentizi sono macchine da carico solido: raccolgono il materiale depositato lungo i versanti e lo consegnano ai corsi d’acqua principali già in sospensione, amplificando di fatto la portata solida di tutto il sistema a valle.
A questo si aggiunge l’effetto sul tempo di corrivazione — il tempo che impiega l’acqua a scorrere dal punto più lontano del bacino fino alla sezione critica a valle. La tombatura nei centri abitati lo accorcia a valle; le strade-torrente lo accorciano a monte. I due effetti si sommano: l’onda di piena arriva più in fretta, più alta, più carica di materiale. Il sistema non ha margine.
Queste strade-torrente sono visibili su qualsiasi ortofoto del Matese: basta cercare i tratti stradali con geometria innaturalmente rettilinea che seguono le incisioni dei versanti, delimitati da muretti in pietra o calcestruzzo. Sono percorribili in moto, riconoscibili a occhio da chiunque abbia frequentato il territorio. In condizioni normali sono strade come le altre. In condizioni di precipitazione intensa sono acceleratori di rischio.
Il monte regola la valle
Il problema, però, non nasce nelle strade né nelle tombature. Nasce in quota.
Il massiccio del Matese è il bacino imbrifero di riferimento per l’intera area: una struttura carbonatica ad altissima permeabilità che accumula neve e pioggia e la rilascia gradualmente attraverso sorgenti e corsi d’acqua, alimentando sia il Volturno sul versante tirrenico che il Biferno su quello adriatico. In condizioni ottimali — versanti boscati, suolo ricco di humus e radici, faggete integre, terrazzamenti mantenuti — questo sistema funziona da regolatore naturale: trattiene le precipitazioni intense nelle fasi di picco, le rilascia lentamente nel tempo. È un servizio ecosistemico che raramente viene quantificato ma che condiziona in modo diretto la sicurezza di ogni centro abitato a valle, su entrambi i versanti.
Quando questo equilibrio si deteriora — per effetto del sovrapascolo, degli incendi, dell’abbandono dei terrazzamenti, dell’erosione dei sentieri — la capacità regolatrice diminuisce. Le precipitazioni intense non vengono più trattenute ma scaricate direttamente nei torrenti, con tempi di risposta sempre più brevi e portate sempre più elevate, e con un carico di sedimenti che un suolo integro non avrebbe mai rilasciato. Il monte smette di essere un ammortizzatore e diventa un amplificatore. E il materiale che mobilita percorre le strade-torrente verso i fondovalle abitati.
Il deficit di conoscenza: la diagnosi che non c’è
Esistono strumenti e banche dati. L’ISPRA pubblica mappe di pericolosità da frana e alluvione. Il CNR-IRPI mantiene il catalogo degli eventi storici. L’Autorità di Bacino Distrettuale dell’Appennino Meridionale gestisce i Piani di Gestione del Rischio Alluvioni previsti dalla Direttiva europea. Comuni di entrambe le regioni sono inseriti nei programmi ministeriali di mitigazione del rischio idrogeologico.
Ciò che manca non è la pericolosità di carta: è la conoscenza dinamica del territorio reale. Lo stato attuale dei versanti in quota, il grado di copertura vegetale, i punti di erosione attiva, le sorgenti che cambiano portata, i sentieri che si allargano di stagione in stagione, i tratti di strada-torrente che accumulano materiale instabile. Dati che richiedono presenza fisica sul territorio, continuità di osservazione, e una rete di raccolta capillare che nessuna istituzione oggi mantiene da sola — e che prima del Parco Nazionale nessuna istituzione aveva il mandato di costruire a scala di intero massiccio.
Le fonti esistenti e i loro limiti
ISPRA / PAI: mappe di pericolosità aggiornate ma statiche — fotografano una classificazione, non il cambiamento nel tempo. E sono costruite per regione: il Matese appare diviso in due documenti separati.
CNR-IRPI / AVI: inventario storico degli eventi. Prezioso, ma dipende dalla documentazione disponibile: eventi come il 1857 di Sant’Angelo sono spesso sottoregistrati o assenti dai cataloghi ufficiali.
Reti idrometriche e pluviometriche: dati in tempo reale su portate e livelli, ma con una densità di stazioni insufficiente per i bacini minori del Matese, e senza copertura sistematica del versante molisano.
Il denominatore comune: dati esistenti, ma frammentati lungo il confine regionale, non integrati a scala di massiccio, e privi di un presidio territoriale capillare che li aggiorni nel tempo.
La metafora medica è calzante. Un sistema idrologico degradato che accumula tensione non produce segnali clamorosi fino al momento della crisi. Ma produce segnali deboli, leggibili da chi frequenta il territorio con continuità: un sentiero che si allarga dopo ogni pioggia, una sorgente che cambia colore, un versante che mostra schiena di roccia dove un anno fa c’era suolo, un tratto di strada-torrente che dopo ogni temporale lascia depositi sempre più spessi di ghiaia e terra smossa. Raccogliere questi segnali in modo sistematico — georeferenziarli, aggregarli, confrontarli nel tempo — è ciò che intendiamo per diagnosi precoce. Non sostituisce il monitoraggio strumentale: lo precede, lo orienta, lo distribuisce su un territorio che nessuna rete fissa potrà mai coprire per intero.
Il territorio percorso come rete di osservazione
Chi percorre sistematicamente i versanti del Matese in moto — enduro, trail, adventure touring — accumula una conoscenza del territorio che nessuna mappa e nessuna stazione fissa può restituire. I tracciati GPS registrano morfologia, quote, esposizione dei versanti. L’occhio del rider riconosce il cambiamento stagionale: dove c’era una pista stabile c’è ora erosione, dove scorreva acqua chiara scorre ora torbida con detriti in sospensione, un tratto di sterrato che costeggia un torrente e che dopo l’inverno si è ristretto di un metro perché la sponda ha ceduto.
Questa conoscenza distribuita, finora informale e non strutturata, potrebbe diventare un contributo reale alla diagnosi precoce del territorio — su entrambi i versanti del massiccio, senza distinzioni regionali. Il Parco Nazionale del Matese è l’interlocutore naturale e necessario per strutturare questa proposta in un protocollo condiviso.
Ciò che il 1857 ci dice ancora
Ventinove morti in un pomeriggio di settembre, in un comune di fondovalle sul versante campano del Matese. L’evento non fu una fatalità: fu l’esito di un sistema idrologico sollecitato oltre la sua capacità di risposta. Mancavano le conoscenze, le reti di comunicazione, le infrastrutture di protezione civile. Non esisteva alcun ente con il mandato di governare il rischio a scala di intero massiccio.
Oggi quegli strumenti esistono, e per la prima volta esiste anche quell’ente. Il Parco Nazionale del Matese ha la possibilità — e la responsabilità — di costruire ciò che non è mai esistito: una conoscenza sistematica e continuamente aggiornata dello stato del territorio in quota, integrata tra i due versanti, capace di identificare le criticità prima che diventino emergenze. Una diagnosi precoce che, unita al recupero della memoria storica degli eventi, trasformerebbe la prevenzione da dichiarazione d’intenti in pratica operativa.
Il confine tra Campania e Molise taglia il Matese su ogni carta geografica. L’acqua, i detriti, e il rischio non lo conoscono. Era ora che anche le istituzioni smettessero di fingere che esistesse.
matese.bike — Territorio — aprile 2026