Tratturi: le autostrade della transumanza tra Appennino e Tavoliere
Tratturo regio
Tratturello
Centro pugliese
La rete dei tratturi: cinque percorsi regi e una logica stagionale precisa
Esistono cinque tratturi principali — detti regi — e una fitta rete di tratturelli secondari che per secoli hanno collegato gli altipiani abruzzesi al Tavoliere delle Puglie. Il Tratturo L’Aquila–Foggia è il più lungo e celebre: 244 chilometri, con una larghezza di 111 metri — quasi una strada a doppia carreggiata moderna. Percorreva il versante occidentale appenninico scendendo attraverso il Molise fino a Foggia. Il Tratturo Celano–Foggia correva parallelamente, partendo dall’Altopiano del Fucino. Il Pescasseroli–Candela attraversava il Parco d’Abruzzo. Il Castel di Sangro–Lucera collegava l’alto Sangro alla Daunia. Il Lanciano–Foggia era il percorso orientale, verso la costa adriatica.
La discesa avveniva in autunno, tra ottobre e novembre, verso il Tavoliere dove le greggi svernava sui pascoli invernali. La risalita in primavera, tra marzo e aprile, verso gli altipiani oltre i 1000 metri. Un ritmo di circa 20–25 chilometri al giorno, con greggi che potevano contare migliaia di capi.
Rilevanza per il Matese
Il Parco Nazionale del Matese si trova esattamente nella fascia di transizione di questi grandi flussi. Alcuni tratturelli secondari lambiscono l’area del Matese collegando Isernia e Campobasso ai percorsi principali, rendendo il territorio ecologicamente e storicamente parte integrante di questo sistema millenario. I comuni del perimetro parco erano parte del corridoio, non semplici spettatori.
Le origini storiche del vincolo
Il demanio armentizio nasce nel 1447 con la Regia Dogana della mena delle pecore istituita da Alfonso d’Aragona a Foggia. I tratturi regi erano strade pubbliche di proprietà della Corona — poi dello Stato — larghe 60 passi napoletani (111 metri), inalienabili e gravate da servitù di passaggio permanente a favore dei pastori. Nessun privato poteva chiuderli, edificarci sopra o coltivarli senza concessione. Il canone d’uso si chiamava fida e alimentava le casse regie.
Con l’unità d’Italia la gestione passò allo Stato, poi nel dopoguerra alle Regioni con il DPR 616/1977. Ma il vincolo formale in senso moderno non esisteva ancora.
La svolta: i decreti ministeriali 1976–1983
Tra il 1976 e il 1983 una serie di decreti ministeriali riconobbe l’interesse storico-artistico dei tratturi ai sensi della legge n. 1089/1939: dapprima solo per il Molise (DM 15 giugno 1976), poi integrato dal DM 20 marzo 1980 e infine esteso ad Abruzzo, Puglia e Basilicata con il DM 22 dicembre 1983. La Campania — dove pure transita il Pescasseroli–Candela — fu inspiegabilmente esclusa.
In quanto beni archeologici, le aree tratturali costituiscono beni demaniali ai sensi degli artt. 822 e 824 del Codice civile e sono inalienabili. Il DM del 1980 introdusse anche lo strumento attuativo: il Piano Quadro Tratturo (PQT), che ogni comune attraversato era obbligato a redigere, con il parere vincolante della Soprintendenza archeologica. Il decreto indicava la data del 22 dicembre 1983 come riferimento per la ricostruzione dell’occupazione del sedime tratturale, vincolando contestualmente l’inedificabilità dei suoli.
I vincoli in vigore oggi
Sono attivi e non abrogati. Si stratificano su tre livelli distinti.
Vincolo statale — beni culturali
Il DM 1983 è ancora pienamente vigente. I tratturi sono cose di interesse storico e archeologico tutelate dal Codice dei Beni Culturali (D.Lgs. 42/2004). Qualsiasi intervento richiede autorizzazione della Soprintendenza. Il vincolo è assoluto sulla fascia demaniale originaria.
Demanialità e inalienabilità
I tratturi ritenuti necessari all’attività armentizia o di interesse storico, archeologico e naturalistico vengono conservati al demanio armentizio regionale. La Giunta regionale può disporre concessioni precarie per usi non in contrasto con la loro rilevanza storica e naturalistica.
Inedificabilità assoluta
I tratturi regionali che costituiscono il Parco sono inalienabili e sottoposti a vincolo di inedificabilità assoluta, fatta eccezione per le opere previste dai Piani locali di valorizzazione approvati con procedura specifica.
La realtà concreta: un sistema largamente disatteso
Il Piano Quadro Tratturo, reso obbligatorio dal DM del 1980 per tutti i comuni attraversati, per molti di questi non è stato ancora redatto. Il Comune dell’Aquila, per esempio, ha adottato il proprio PQT solo nel giugno 2025 — quarantacinque anni dopo l’obbligo.
In Puglia il censimento è emblematico: dalle analisi catastali risulta che solo il 47,51% della consistenza originaria della rete tratturale è regolarmente accatastato in capo alla Regione come “ramo tratturi”. Il resto è stato eroso da vendite, strade, urbanizzazioni, recinzioni abusive.
Nelle aree interessate dal passaggio del tratturo si rinvengono strutture realizzate successivamente al 1983 — data di entrata del vincolo — oggetto di intrecci normativi complessi per via della duplice natura dei sedimi tratturali: beni demaniali con valenza monumentale e paesaggistica, in assenza degli strumenti di governo che avrebbero dovuto tutelarli.
La Corte Costituzionale con la sentenza n. 388/2005 ha chiarito che la tutela dei beni culturali rientra nella competenza esclusiva statale, sicché le leggi regionali che limitino gli interventi della Soprintendenza a funzione meramente consultiva possono essere invasive di tale competenza. Le regioni gestiscono il demanio armentizio, ma il vincolo archeologico rimane statale con parere vincolante della Soprintendenza.
In moto sul tratturo: la lettura del territorio come contenuto adventure
Il tratturo non è un sentiero qualunque. È una strada pubblica demaniale larga 111 metri — teoricamente. Nella realtà diventa un percorso di lettura del territorio: dove il sedime è libero trovi sterrato antico, pascolo, macchia; dove è stato eroso trovi recinzioni, campi arati fino al bordo, asfalto improvviso, capannoni. Documentare questa discontinuità è la storia. La moto diventa strumento di indagine oltre che di percorrenza.
Non si tratta di “ho percorso il tratturo” — già fatto da altri, soprattutto a piedi o in bici. Si tratta di tentare di seguire il tratturo regio nel tratto che attraversa il Matese, e documentare quello che si trova. Il confronto tra il tracciato catastale storico e la realtà fisica del 2025 è un documento. GPX tracciato, fotografie delle interruzioni, riferimento alla normativa: un contenuto che nessuna rivista moto tradizionale produce.
Il tratto più accessibile e significativo è quello che lambisce l’area del Matese — la zona tra Isernia, Venafro e la discesa verso il Tavoliere attraverso il Molise. Territorio già conosciuto, comuni del perimetro parco già censiti. Un raccordo con il Parco Nazionale del Matese sulla documentazione dei tratturelli secondari che attraversano il perimetro sarebbe anche coerente con la proposta di citizen science già in discussione.
Un’avvertenza pratica
Il sedime demaniale è tecnicamente percorribile — è suolo pubblico. Il problema non è la legalità del transito ma la praticabilità fisica: alcuni tratti sono stati asfaltati come strade comunali e sono percorribili senza difficoltà; altri sono sterrati in ottimo stato; altri ancora sono stati recintati da privati con cancelli o filo spinato. Su questi ultimi non si tratta di “appropriazioni da rispettare” — sono occupazioni illegali di suolo demaniale — ma in pratica il cancello è lì e la moto non passa.
Documentare fotograficamente le interruzioni abusive ha anche un valore civico, oltre che narrativo. Chi oggi percorre un tratturo in moto si muove su un bene demaniale formalmente inalienabile, ma nella pratica occupato, recintato o asfaltato, senza che nessuno abbia mai risposto di questa erosione silenziosa.
Un riconoscimento doveroso va ad Amedeo Roma e al gruppo Eroici in Moto, che da anni lavorano concretamente alla ricognizione e alla percorribilità del Tratturo Magno in chiave moto adventure — con la stessa filosofia di mototurismo lento, attento al territorio e alla sua storia, che anima anche questo progetto. La loro pazienza nell’affrontare un percorso tecnicamente, logisticamente e normativamente complesso è un contributo prezioso alla conoscenza di questi luoghi. Questo articolo deve molto a quel lavoro sul campo.