Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale n. 106 del 9 maggio 2025 del decreto ministeriale del 22 aprile 2025, il Matese è ufficialmente entrato nella lista dei parchi nazionali italiani — il 25° — con una superficie di circa 88.000 ettari distribuiti tra Campania e Molise. Ma al di là dei numeri e delle dichiarazioni istituzionali, cosa prevede concretamente il decreto per chi abita questi luoghi, per chi li attraversa in sella a una moto o a piedi, per chi ci lavora la terra o ci porta i turisti?
L’articolo 3 del decreto, dedicato alla tutela e promozione per lo sviluppo sostenibile, offre una risposta articolata e — va detto — più equilibrata di quanto molti temessero.
Non solo vincoli: una visione di territorio vivo
Il primo elemento che colpisce nella lettura dell’articolo 3 è l’impostazione complessiva: non un elenco di divieti, ma un catalogo di obiettivi che intreccia conservazione e sviluppo. Il decreto parla esplicitamente di integrazione tra uomo e ambiente naturale, di valorizzazione delle attività agro-silvo-pastorali e artigianali tradizionali, di turismo sostenibile come risorsa e non come minaccia.
È una filosofia che chi frequenta il Matese da anni riconoscerà immediatamente: questi monti non sono mai stati una natura incontaminata e separata dall’uomo. Sono il prodotto di secoli di pastorizia transumante, di boschi ceduati e governati, di borghi arroccati su creste calcaree che della montagna hanno fatto la loro ragione di vita. Il decreto — almeno nelle intenzioni — sembra voler preservare proprio questo intreccio.
La zonizzazione: tre fasce, tre vocazioni
Il territorio del parco è suddiviso in tre zone con caratteristiche e gradi di tutela differenti. La mappa ufficiale (Allegato A del decreto) mostra chiaramente come queste fasce si distribuiscano tra i versanti campani e molisani del massiccio.
| Zona | Caratteristiche | Grado di antropizzazione | Vocazione prevalente |
|---|---|---|---|
| Zona 1 | Rilevante interesse naturalistico, paesaggistico, agricolo e/o storico-culturale | Inesistente o minimo | Massima tutela, ricerca scientifica, fruizione naturalistica guidata |
| Zona 2 | Valore naturalistico, paesaggistico, agricolo e/o storico-culturale | Limitato | Tutela attiva, attività agro-silvo-pastorali compatibili, turismo lento |
| Zona 3 | Valore paesaggistico e/o storico-culturale, connessione ecologica | Elevato | Sviluppo sostenibile, borghi, attività produttive compatibili, turismo diffuso |
Cosa viene tutelato
Sul piano naturalistico, l’articolo 3 garantisce la conservazione di specie animali e vegetali, degli habitat di interesse comunitario individuati dalle direttive europee Uccelli (2009/147/CE) e Habitat (92/43/CEE), nonché delle singolarità geologiche, delle formazioni paleontologiche e degli equilibri idraulici e idrogeologici. Per chi percorre i sentieri del Matese, questo si traduce nella protezione di ambienti che già oggi ospitano il lupo appenninico, l’aquila reale, il gatto selvatico, il capriolo e una straordinaria varietà di orchidee e specie botaniche rare.
Ma la tutela non si ferma alla natura biologica. Il decreto include esplicitamente le testimonianze archeologiche, storiche, culturali e architettoniche, i manufatti e sistemi insediativi rurali, i paesaggi nella loro accezione più ampia. I tratturi, i mulini abbandonati, i nevieri in pietra, i borghi medievali che punteggiano il massiccio rientrano a pieno titolo tra i valori che il parco è chiamato a conservare e valorizzare.
Cosa cambia per le attività tradizionali
Chi teme che il parco nazionale significhi la fine delle attività agricole e pastorali troverà nell’articolo 3 alcune garanzie significative.
✅ Cosa il decreto tutela e incentiva
- L’agricoltura biologica, con promozione attiva del suo sviluppo nelle aree del parco
- Le attività agricole secondo le metodiche in uso all’entrata in vigore delle norme — chi già lavora la terra può continuare a farlo
- Le attività agro-silvo-pastorali eco-sostenibili e quelle agrituristiche, incentivate come parte integrante del modello di gestione
- L’artigianato tradizionale come elemento del patrimonio culturale da salvaguardare
- Le fonti di energia sostenibile, promosse come parte dello sviluppo compatibile con il parco
Non si tratta di una museificazione del territorio. Al contrario, il decreto punta su un’agricoltura e una pastorizia che rimangano economicamente vitali proprio perché inserite in un contesto di qualità ambientale riconosciuta.
Il turismo sostenibile: un’opportunità per il Matese
Per chi si occupa di promozione territoriale — e per chi legge matese.bike — uno dei passaggi più rilevanti dell’articolo 3 riguarda il turismo. Il turismo lento — a piedi, in bicicletta, in moto su strade secondarie, con soste nei borghi e nei rifugi — è esattamente la declinazione che meglio si sposa con il modello delineato dal decreto.
Il Matese non è mai stato un territorio di turismo di massa: la sua forza è la qualità dell’esperienza, la possibilità di trovare paesaggi integri, silenzi veri, sapori autentici. Il parco nazionale, se ben gestito, può diventare un amplificatore di questa identità anziché una limitazione.
Le agevolazioni per i piccoli comuni
Un punto spesso trascurato nelle discussioni sul parco riguarda il regime di agevolazioni finanziarie. L’articolo 3 introduce una preferenza esplicita per i territori comunali compresi interamente nella perimetrazione del parco, con un occhio di riguardo per le zone interne dove si trovano i piccoli centri abitati. Gli incentivi e i finanziamenti saranno proporzionati alla percentuale di territorio comunale che ricade all’interno del parco.
💰 Opportunità per i comuni del Matese
- Accesso prioritario a finanziamenti per i comuni interamente compresi nel perimetro del parco
- Attenzione specifica alle zone interne e ai piccoli centri abitati
- Proporzione degli incentivi alla percentuale di territorio ricadente nel parco
- Possibili risorse per: manutenzione sentieri, restauro centri storici, infrastrutture per turismo dolce
Il prezzo dell’abbandono: una questione irrisolta
C’è un tema che chi conosce il Matese da vicino non può ignorare, e che gli articoli pubblicati su queste pagine hanno già affrontato più volte: gli anni di abbandono che hanno preceduto — e in parte accompagnato — il lungo travaglio istitutivo del parco hanno lasciato segni profondi sul territorio, segni che nessun decreto può cancellare con un tratto di penna.
La progressiva e in alcuni casi violenta de-antropizzazione di intere fasce montane — il ritiro della pastorizia transumante, l’abbandono dei boschi cedui, la fine delle colture terrazzate — non ha restituito natura incontaminata. Ha prodotto, al contrario, squilibri idrogeologici difficili da gestire: versanti privi della manutenzione che per secoli ne aveva regolato il deflusso idrico, impluvi intasati, scarpate instabili, alvei riattraversati da vegetazione pioniera che li rende alvei solo di nome.
A complicare ulteriormente il quadro, la rete di piste e carrarecce costruita per gli sfruttamenti forestali e pastorali dell’era pre-parco regionale — opere pensate per un territorio abitato e sfruttato, non per uno in via di abbandono — si trova oggi in molti casi in condizioni di degrado avanzato o collocata in posizioni che, proprio per il mutato assetto idrogeologico, possono costituire un fattore di rischio per i versanti sottostanti e per gli abitati a valle. Strade che un tempo servivano a portare legname o bestiame oggi intercettano e convogliano acque che non trovano più lo scolo naturale un tempo assicurato dal lavoro umano.
⚠️ Il paradosso delle infrastrutture abbandonate
Alcune di quelle stesse piste sarebbero oggi indispensabili per le attività di tutela attiva del territorio — a cominciare dalla lotta agli incendi boschivi, sempre più frequenti e virulenti anche a queste quote — ma versano in uno stato di abbandono che le rende inutilizzabili o persino pericolose. Tutelare il Matese significa anche riconoscere che un bosco abbandonato non è un bosco protetto, e che un versante senza presidio umano non è un versante sicuro.
L’articolo 3 del decreto, quando parla di difesa e ricostituzione degli equilibri idraulici e idrogeologici e di metodi di gestione e di restauro ambientale idonei a mantenere un’integrazione tra uomo e ambiente naturale, fotografa esattamente questo problema. Ma le parole del decreto rischiano di restare vuote se il futuro ente parco non affronterà con priorità alta il tema della manutenzione attiva del territorio: non come concessione alle pressioni locali, ma come condizione indispensabile per la sopravvivenza stessa dei valori naturalistici che il parco è chiamato a proteggere.
Un cantiere aperto
Va detto con onestà: l’articolo 3, per quanto ben costruito, descrive obiettivi e non certezze. L’iter istitutivo del Parco Nazionale del Matese è ancora in corso — la fase attuale è quella della gestione provvisoria, in attesa del decreto presidenziale che completerà formalmente la nascita dell’ente parco. I ricorsi, le tensioni tra Regioni e Ministero, i ritardi burocratici che hanno caratterizzato questi anni non sono magicamente scomparsi con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
Quello che è cambiato, però, è la direzione di marcia. Il Matese ha ora un quadro normativo che lo riconosce come patrimonio nazionale, che ne definisce i valori da proteggere e le attività compatibili, e che — sulla carta — offre strumenti per trasformare la tutela in risorsa. Tocca alle comunità locali, agli amministratori, alle associazioni e ai visitatori fare in modo che quella carta diventi realtà.
Noi, dal nostro piccolo, continueremo a raccontare questi monti come li abbiamo sempre visti: un territorio vivo, percorribile, capace di sorprendere.
Fonti: Decreto ministeriale 22 aprile 2025, Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 106 del 9 maggio 2025, codice redazionale 25A02618 — testo integrale disponibile su mase.gov.it
Parco Nazionale del Matese — Perimetrazione e Zonizzazione
Decreto MASE 22 aprile 2025 · GU Serie Generale n.106 del 9 maggio 2025